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BLACK STAR RIDERS – The Killer Instinct (2015)

BlackstarridersthekillerinstinctScott Gorham è stato una sorta di capitano in seconda dei Thin Lizzy. E’ pure un uomo serio, rispettoso al punto di non usarne il nome. Umanamente, non possiamo volergli male, ma nemmeno perdonargli il fatto che i suoi Black Star Riders abbiano già pubblicato due fiaschi su due. Tutti i particolari del Lizzy-sound sono lì, lucidati ed esposti in una camera stagna dalle pareti trasparenti. Come dire che c’è la vena del cantastorie à la Bob Seger, l’epica protometal, l’influenza folk, quella southern (quelle soul e funk, complice la voce di Warwick e una ritmica troppo quadrata, mancano del tutto), ma ci sono perché ci devono essere, senza che l’amalgama vada oltre una ripetizione meccanica dell’immagine mentale cristallizzata nelle menti dei rocker di tutto il mondo. Nemmeno paragonati alla media delle uscite in giro i Black Star Riders riescono a rimediare una bella figura, perché sembrano una band tedesca buona per un palco secondario del Wacken. Phil Lynott è morto e i Thin Lizzy con lui. Un’action figure, perché questo sono i Black Star Riders, non potrà mai essere all’altezza. Complimenti.

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TEN – Albion (2014)

TenalbumalbionSono vent’anni che i Ten ci deliziano col loro personale approccio al metal melodico: un incrocio fra gli Iron Maiden e l’Hard Rock anni ottanta (su tutti i Whitesnake di 1987) che ha toccato l’apice nel 1999 con l’album Spellbound. Diciamo subito che dal punto di vista puramente metallaro il nuovo Albion non è e non può essere alla stessa altezza di quello: sono passati quindici anni e la vena melodica di Gary Hughes ha ormai preso il sopravvento sull’irruenza. Il paragone comunque non è fuori luogo se si considera che Albion è forse l’album più pesante dei Ten dai tempi proprio di Spellbound, e se non è proprio Power Metal almeno ci va più vicino di entrambi i lavori precedenti.

L’annuncio dell’inserimento di un terzo chitarrista aveva fatto salire le mie aspettative alle stelle, ma va detto ad onor del vero che la band aveva anche specificato che l’intento era di dare più spessore alla dimensione live. Detto questo gli assoli su Albion sono spesso più ricchi di sfumature che in passato, e quando si lanciano nel virtuosismo (A Smuggler’s Tale, It Ends This Way) non lasciano dubbi sulle loro radici Heavy Metal.

Il brano migliore è senza ombra di dubbio quello che dà il titolo all’album: Albion Born. Una ballata epica sulle origini di Albione (oggi chiamata Inghilterra) che seduce l’ascoltatore con un ritornello cantabile e un ritmo incalzante.

Il brano più debole è Gioco D’Amore, in cui solo il ritornello è cantato in Italiano. Per fortuna aggiungo io perché a parte l’accento agghiacciante di Gary Hughes le parti in Italiano sono quasi prive di significato. Il tentativo comunque non è del tutto da buttare: il contrasto melodico fra le due lingue è ben confezionato, ma il tutto rimanda troppo chiaramente ad altri brani ben più riusciti e troppo famosi per essere ignorati, su tutti un certo duetto di Andrea Bocelli…

In breve Albion è un ottimo album di Metal Melodico che prosegue nella direzione indicata dal precedente Heresy and Creed aggiungendo qualcosa dal punto di vista delle atmosfere epiche e delle chitarre Heavy Metal ma tenendo il piede fermo nella melodia.

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IDEOGRAM – Life Mimics Theatre (2014)

Gli Ideogram nascono alla fine del 2012 ad opera di alcuni musicisti del sottobosco metal milanese con l’intento, piuttosto ambizioso, di unire una proposta musicale sperimentale e innovativa ad una forte componente artistica e visuale. Il demo Raise the Curtain e il video di Theatre of the Absurd hanno aperto la strada per il loro primo tour italiano e la firma con l’etichetta Wormhole Death Records. Il risultato di tutto questo lavoro è il loro esordio discografico con l’album Life Mimics Theatre Ideogram. Musicalmente si definiscono avantgarde-metal, ma più realisticamente possiamo dire che il loro è un riuscitissimo mix in cui il black metal alla Cradle of Filth si unisce al gothic di gruppi Moonspell o Nightwish all’elettronica dei Rammstein o dei Death Ss del periodo Panic e, per finire, un pizzico in stile colonna sonora da film horror che puo’ richiamare i Goblin. Tutto questo è giusto per dare delle coordinate di riferimento visto che la proposta dei nostri e’ assolutamente personale. Quello che colpisce è anche l’abililtà strumentale, soprattutto il chitarrista Kabuki è davvero bravo sia in fase di riff che negli assoli. Ogni tanto fanno comparsa alcuni elementi un po’ eccentrici tipo il reggae di In A Cobalt Ocean o la fisarmonica di Rain of Stars o il recitato in italiano dell’outro ma non sono mai fuori luogo e si inseriscono bene nell’economia dei brani. Che dire, davvero un ottimo debutto, il livello compositivo è altissimo, si lascia ascoltare dall’inizio alla fine (ogni canzone ha una sua personalità) ma soprattutto pur mettendo insieme molti stili diversi il tutto suona coerente e rimane assolutamente metal. Gruppo da tenere d’occhio

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OBAKE – Mutations (2014)

obakeIl primo album degli Obake aveva suscitato un notevole interesse grazie ad un sound fragoroso, sgraziato, assordante – estremo, in una parola, assemblando vari input provienti da vari generi (grind, sludge, hardcore, noise rock) senza rientrare in nessuno di essi. Il secondo album, Mutations, alza l’asticella e se da un lato presenta maggiore accessibilità con un cantato semi-orecchiabile (in Infinite Chain fa pensare all’odioso David Sylvian), dall’altro espande il raggio d’azione con una lugubre psichedelia ed una vena teatrale accentuata. Sembra di ascoltare, per certi versi, uno strano incrocio fra Nine Inch Nails e Tool passato attraverso i suoni catramosi e lo spirito beffardo dei Melvins. Le canzoni sono dinamiche, con momenti di calma apparente seguiti da esplosioni di groove sludge e salmodie infernali degne dei sacerdoti di qualche culto lovecraftiano. Da segnalare la presenza al basso di Colin Edwin, conosciuto già nei Porcupine Tree e qui parte integrante di un ingranaggio ritmico assordante e punitivo. Disco interessante e ricco di spunti, al di là dei generi. Tutti gli appassionati di suoni grezzi, di suggestioni inquietanti e atmofere fra il grottesco e l’horror dovrebbero dare una chance agli Obake.

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STRIKER – City Of Gold (2014)

StrikerFra i giovani gruppi dediti al più classico metallone, gli Striker sono uno dei nomi più celebrati. Il loro power metal tutto americano, discendente in linea diretta da Vicious Rumors e Riot (in particolare quelli con Tony Moore alla voce), ha la consistenza del granito e viaggia spesso e volentieri ad alta velocità. Squassante e senza fronzoli, City Of Gold è un disco che offre i suoi momenti più riusciti quando il metronomo sale: Underground, la title track, la micidiale All For One e Second Attack sono le bordate necessarie per ridare un po’ di linfa vitale al metal classico, dopo la dose quasi mortale di morfina inflittagli dagli ultimi Judas Priest. La voce di Dan Cleary, acuta e squillante, fa pensare ad un giovanissimo Bruce Dickinson, e canta con scioltezza melodie epiche quanto cattive. Un difetto? E’ presto detto, il suono, che casca nel comune errore del cosplay metallico. Una produzione un po’ vintage come questa finisce per smorzare il potenziale offensivo dei giovani canadesi, che però arrivano lo stesso a fine disco ancora in forze. E noi con loro. Bravi!

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