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MASTODON@Fabrique, Milano, 10/12/2014

mastodon

Il Fabrique è un nuovo locale di Milano destinato ad accogliere eventi musicali e mondani di vario tipo. Ricavato da un ex impianto tessile, vanta un’acustica niente male e sconta la presenza di un paio di colonne portanti che, certamente, non aiutano la visuale. Sia come sia, è proprio il Fabrique ad ospitare la calata milanese dei Mastodon, accompagnati da Krokodil e Big Business. Sono proprio i Krokodil ad aprire la serata: formati da membri di Sikth e Gallows, i sei inglesi picchiano come disgraziati ripercorrendo un po’ la scia di sottovalutate formazioni hardcore connazionali degli anni ’00 – Earthtone9 (da cui mutuano pure certe aperture melodiche), Raging Speedhorn, Medulla Nocte. Compattissimi e poderosi, sono un gruppo da tenere d’occhio. I Big Business sono invece un duo che fa casino per dieci. Un bassista/cantante e un batterista, un groove inarrestabile e una presa immediata, come se i Melvins venissero centrifugati dai Lightning Bolt. Decisamente da tenere d’occhio! E infine, i Mastodon. Puntuali alle dieci e mezzo, i quattro di Atlanta attaccano subito con Thread Lightly, Once More ‘Round The Sun e Blasteroids: il suono è ottimo, la presenza scenica ruvida e hardcore. Le canzoni infatti si susseguono senza pause nè discorsi, giusto Troy Sanders prova ad interagire un minimo col pubblico. Possiamo notare una cosa: se Sanders, vocalmente, se la cava bene come sempre, Brent e Brann sono davvero migliorati. Finalmente l’alternanza vocale, dal vivo, funziona bene come su disco, e lo testimoniano ottime esecuzioni di brani come Oblivion, Divinations o Black Tongue. Gli estratti dall’ultimo album la fanno da padrone, ma è bello vedere come la scaletta nel suo insieme mostri un suono che si è evoluto rimanendo sempre coerente con sè stesso negli assunti di base. Acclamatissime Megalodon (con relativo pogo spaccaossa all’altezza dell’accelerazione centrale) e, ovviamente, Blood And Thunder col suo riff memorabile. Bello sentire il pubblico intonare “Hey ho, let’s fuckin’ go” durante Aunt Lisa, fantastica Ol’ Nessie con le sue atmosfere fra Neurosis e Lynyrd Skynyrd, e tanto di cappello per una mostruosa, intensissima Bladecatcher. Dopo un’ora e venti il concerto finisce e solo Brann Dailor si intrattiene un attimo a salutare e ringraziare. Un’ultima considerazione: il Fabrique era pieno a metà. Un mese prima i Machine Head hanno fatto appena ottocento spettatori. Gli Epica invece, nello stesso periodo, il tutto esaurito. E da giorni. Il metal che piace in Italia è quello epico/melodico/sinfonico. Tutto il resto si becca le briciole.

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The Jeff Healey Band, una retrospettiva

Dal punto di vista metallaro Jeff Healey si colloca nel filone dei virtuosi della chitarra, gente del calibro di Joe Satriani, Tony MacAlpine o anche il primo Yngwie Malmsteen. Tra la fine degli anni ottanta e l’inizio degli anni novanta questi musicisti fecero uscire una riga di album in cui il protagonista principale era l’assolo di chitarra, al punto che molti rinunciarono del tutto ad arruolare un cantante e fecero uscire album strumentali. I lavori più riusciti passarono comunque alla storia del genere, e sono tuttora considerati album importanti, per un unico semplice motivo: il connnubio fra la difficoltà di esecuzione e la facilità dell’ascolto.

Ma la Jeff Healey Band rimane comunque un capitolo a parte, sia perché proponeva comunque sonorità a cavallo tra Blues e Hard Rock sia perché la sensibilità musicale del chitarrista Canadese non fu mai facilmente catalogabile. Cieco fin da piccolo, Jeff suonava la chitarra tenendola appoggiata sulle ginocchia in orizzontale e questo conferiva al suo stile un carattere unico, oltre che rappresentare un tratto saliente della sua immagine.

Il periodo d’oro del gruppo furono i quattro anni tra il 1990 e il 1994, durante i quali realizzarono due album e raggiunsero vette di successo planetario. Jeff Healey era affiancato da Joe Rockman al basso e Tom Stephen alla batteria ma il protagonista assoluto era lui, sia con la chitarra che con la sua voce calda e pulita.

See the Light (1988)L’album di debutto, See The Light del 1988 , fu accolto abbastanza bene dai fan del metallo, aiutato anche da buone recensioni sulla stampa del genere. Personalmente fu la mia prima escursione in territori per così dire alieni, e senza dubbio all’epoca aprì le porte del Blues per molti adolescenti metallari come me. Tra i brani più riusciti segnalo Confidence Man, River of No Return e la ballad Angel Eyes.

Hell To Pay (1990)Il successo vero arrivò con il secondo album, Hell to Pay del 1990, che proponeva sonorità più vicine all’Hard Rock ed aveva per questo più potenziale commerciale. Per i metallari fu l’album della conferma: la Jeff Healey Band sapeva essere pesante! Tra i brani migliori una cover di While My Guitar Gently Weeps dei Beatles da brividi per cui fu realizzato anche un videoclip.

Feel This (1992)Nel 1992 uscì anche Feel This a completare un tris di album memorabile. Questa volta il salto evolutivo fu rappresentato da una produzione molto più patinata, in linea col gusto radiofonico dell’epoca. Purtroppo però nel 1992 certe sonorità cominciavano a passare di moda grazie all’avvento del Grunge e forse per questo l’album non riuscì a ripetere lo stesso risultato di vendite del precedente.

Negli anni successivi la Jeff Healey Band realizzò altri due album, Cover to Cover del 1995 e Get Me Some del 2000, ma a quel punto il grande pubblico non era più interessato. Jeff cominciò così a dedicarsi ad altro: imparò a suonare la tromba e mise insieme una band puramente Jazz, abbandonando completamente l’Hard Rock. Nel 2005 pubblicò l’album dal vivo Live at Montreaux con materiale del 1999, e quello fu l’ultimo capitolo per la Band.

Jeff Healey è morto nel Marzo del 2008 all’età di 41 anni a causa di un tumore. La moglie ne porta tutt’ora avanti il ricordo, gestendo il blog ufficiale, dove si trovano anche registrazioni video di concerti memorabili come ad esempio una apparizione al Pistoia Blues Festival del 1990 al fianco di BB King e Edoardo Bennato.

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