BLACK STAR RIDERS – The Killer Instinct (2015)

BlackstarridersthekillerinstinctScott Gorham è stato una sorta di capitano in seconda dei Thin Lizzy. E’ pure un uomo serio, rispettoso al punto di non usarne il nome. Umanamente, non possiamo volergli male, ma nemmeno perdonargli il fatto che i suoi Black Star Riders abbiano già pubblicato due fiaschi su due. Tutti i particolari del Lizzy-sound sono lì, lucidati ed esposti in una camera stagna dalle pareti trasparenti. Come dire che c’è la vena del cantastorie à la Bob Seger, l’epica protometal, l’influenza folk, quella southern (quelle soul e funk, complice la voce di Warwick e una ritmica troppo quadrata, mancano del tutto), ma ci sono perché ci devono essere, senza che l’amalgama vada oltre una ripetizione meccanica dell’immagine mentale cristallizzata nelle menti dei rocker di tutto il mondo. Nemmeno paragonati alla media delle uscite in giro i Black Star Riders riescono a rimediare una bella figura, perché sembrano una band tedesca buona per un palco secondario del Wacken. Phil Lynott è morto e i Thin Lizzy con lui. Un’action figure, perché questo sono i Black Star Riders, non potrà mai essere all’altezza. Complimenti.

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MASTODON@Fabrique, Milano, 10/12/2014

mastodon

Il Fabrique è un nuovo locale di Milano destinato ad accogliere eventi musicali e mondani di vario tipo. Ricavato da un ex impianto tessile, vanta un’acustica niente male e sconta la presenza di un paio di colonne portanti che, certamente, non aiutano la visuale. Sia come sia, è proprio il Fabrique ad ospitare la calata milanese dei Mastodon, accompagnati da Krokodil e Big Business. Sono proprio i Krokodil ad aprire la serata: formati da membri di Sikth e Gallows, i sei inglesi picchiano come disgraziati ripercorrendo un po’ la scia di sottovalutate formazioni hardcore connazionali degli anni ’00 – Earthtone9 (da cui mutuano pure certe aperture melodiche), Raging Speedhorn, Medulla Nocte. Compattissimi e poderosi, sono un gruppo da tenere d’occhio. I Big Business sono invece un duo che fa casino per dieci. Un bassista/cantante e un batterista, un groove inarrestabile e una presa immediata, come se i Melvins venissero centrifugati dai Lightning Bolt. Decisamente da tenere d’occhio! E infine, i Mastodon. Puntuali alle dieci e mezzo, i quattro di Atlanta attaccano subito con Thread Lightly, Once More ‘Round The Sun e Blasteroids: il suono è ottimo, la presenza scenica ruvida e hardcore. Le canzoni infatti si susseguono senza pause nè discorsi, giusto Troy Sanders prova ad interagire un minimo col pubblico. Possiamo notare una cosa: se Sanders, vocalmente, se la cava bene come sempre, Brent e Brann sono davvero migliorati. Finalmente l’alternanza vocale, dal vivo, funziona bene come su disco, e lo testimoniano ottime esecuzioni di brani come Oblivion, Divinations o Black Tongue. Gli estratti dall’ultimo album la fanno da padrone, ma è bello vedere come la scaletta nel suo insieme mostri un suono che si è evoluto rimanendo sempre coerente con sè stesso negli assunti di base. Acclamatissime Megalodon (con relativo pogo spaccaossa all’altezza dell’accelerazione centrale) e, ovviamente, Blood And Thunder col suo riff memorabile. Bello sentire il pubblico intonare “Hey ho, let’s fuckin’ go” durante Aunt Lisa, fantastica Ol’ Nessie con le sue atmosfere fra Neurosis e Lynyrd Skynyrd, e tanto di cappello per una mostruosa, intensissima Bladecatcher. Dopo un’ora e venti il concerto finisce e solo Brann Dailor si intrattiene un attimo a salutare e ringraziare. Un’ultima considerazione: il Fabrique era pieno a metà. Un mese prima i Machine Head hanno fatto appena ottocento spettatori. Gli Epica invece, nello stesso periodo, il tutto esaurito. E da giorni. Il metal che piace in Italia è quello epico/melodico/sinfonico. Tutto il resto si becca le briciole.

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TEN – Albion (2014)

TenalbumalbionSono vent’anni che i Ten ci deliziano col loro personale approccio al metal melodico: un incrocio fra gli Iron Maiden e l’Hard Rock anni ottanta (su tutti i Whitesnake di 1987) che ha toccato l’apice nel 1999 con l’album Spellbound. Diciamo subito che dal punto di vista puramente metallaro il nuovo Albion non è e non può essere alla stessa altezza di quello: sono passati quindici anni e la vena melodica di Gary Hughes ha ormai preso il sopravvento sull’irruenza. Il paragone comunque non è fuori luogo se si considera che Albion è forse l’album più pesante dei Ten dai tempi proprio di Spellbound, e se non è proprio Power Metal almeno ci va più vicino di entrambi i lavori precedenti.

L’annuncio dell’inserimento di un terzo chitarrista aveva fatto salire le mie aspettative alle stelle, ma va detto ad onor del vero che la band aveva anche specificato che l’intento era di dare più spessore alla dimensione live. Detto questo gli assoli su Albion sono spesso più ricchi di sfumature che in passato, e quando si lanciano nel virtuosismo (A Smuggler’s Tale, It Ends This Way) non lasciano dubbi sulle loro radici Heavy Metal.

Il brano migliore è senza ombra di dubbio quello che dà il titolo all’album: Albion Born. Una ballata epica sulle origini di Albione (oggi chiamata Inghilterra) che seduce l’ascoltatore con un ritornello cantabile e un ritmo incalzante.

Il brano più debole è Gioco D’Amore, in cui solo il ritornello è cantato in Italiano. Per fortuna aggiungo io perché a parte l’accento agghiacciante di Gary Hughes le parti in Italiano sono quasi prive di significato. Il tentativo comunque non è del tutto da buttare: il contrasto melodico fra le due lingue è ben confezionato, ma il tutto rimanda troppo chiaramente ad altri brani ben più riusciti e troppo famosi per essere ignorati, su tutti un certo duetto di Andrea Bocelli…

In breve Albion è un ottimo album di Metal Melodico che prosegue nella direzione indicata dal precedente Heresy and Creed aggiungendo qualcosa dal punto di vista delle atmosfere epiche e delle chitarre Heavy Metal ma tenendo il piede fermo nella melodia.

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IDEOGRAM – Life Mimics Theatre (2014)

Gli Ideogram nascono alla fine del 2012 ad opera di alcuni musicisti del sottobosco metal milanese con l’intento, piuttosto ambizioso, di unire una proposta musicale sperimentale e innovativa ad una forte componente artistica e visuale. Il demo Raise the Curtain e il video di Theatre of the Absurd hanno aperto la strada per il loro primo tour italiano e la firma con l’etichetta Wormhole Death Records. Il risultato di tutto questo lavoro è il loro esordio discografico con l’album Life Mimics Theatre Ideogram. Musicalmente si definiscono avantgarde-metal, ma più realisticamente possiamo dire che il loro è un riuscitissimo mix in cui il black metal alla Cradle of Filth si unisce al gothic di gruppi Moonspell o Nightwish all’elettronica dei Rammstein o dei Death Ss del periodo Panic e, per finire, un pizzico in stile colonna sonora da film horror che puo’ richiamare i Goblin. Tutto questo è giusto per dare delle coordinate di riferimento visto che la proposta dei nostri e’ assolutamente personale. Quello che colpisce è anche l’abililtà strumentale, soprattutto il chitarrista Kabuki è davvero bravo sia in fase di riff che negli assoli. Ogni tanto fanno comparsa alcuni elementi un po’ eccentrici tipo il reggae di In A Cobalt Ocean o la fisarmonica di Rain of Stars o il recitato in italiano dell’outro ma non sono mai fuori luogo e si inseriscono bene nell’economia dei brani. Che dire, davvero un ottimo debutto, il livello compositivo è altissimo, si lascia ascoltare dall’inizio alla fine (ogni canzone ha una sua personalità) ma soprattutto pur mettendo insieme molti stili diversi il tutto suona coerente e rimane assolutamente metal. Gruppo da tenere d’occhio

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Un anno di Metal: 1988

Iron Maiden, Seventh Son of a Seventh SonNell’Aprile del 1988  un ragazzino appena quattordicenne entrò in un negozio di dischi e non curandosi degli scaffali  dove erano esposti i vinili si diresse sicuro all’espositore delle cassette. Poco meno di un anno prima un compagno di scuola lo aveva introdotto alle gioie dell’Heavy Metal: un paio di cassette TDK dove erano copiati Somewhere In Time degli Iron Maiden e Master of Puppets dei Metallica. Erano poi seguiti mesi di intense discussioni e ascolti religiosi, mesi nei quali non si era perso un numero di H/M, all’epoca la rivista specializzata più autorevole in Italia. Quel giorno aveva appena incassato la sua paghetta settimanale ed era determinato a spenderla tutta in un botto solo. Con trepidante attesa voltò le pagine dell’espositore fino a quando trovò l’oggetto dei suoi desideri: il nuovo album degli Iron Maiden, Seventh Son of a Seventh Son.

Metallica, ...And Justice for AllAgli occhi di quel ragazzino il panorama musicale metallaro del 1988 era straordinariamente eccitante. C’erano i Glamsters e i Thrashers sempre in lotta fra di loro, c’era l’Hard Rock di Europe e Bon Jovi che tutti disprezzavano ma che tutti conoscevano, c’erano i Metallica che mettevano d’accordo tutti e alla radio passavano Appetite for Destruction dei Guns N’ Roses e Hysteria dei Def Leppard, entrambi usciti l’anno prima ma esplosi quell’estate (in totale dieci settimane al numero 1 delle classifiche di Billboard) ed entrambi ormai “storia vecchia” per i metallari più attenti. Gli Europe quell’anno pubblicarono Out of this World e i Bon Jovi New Jersey, album sotto tono rispetto ai precedenti pluri-decorati The Final Countdown e Slippery When Wet ma pur sempre in grado di avvicinare all’Heavy Metal folle di nuovi fans. I Metallica uscirono invece con …And Justice for All e cominciarono la loro scalata alle classifiche internazionali col singolo One.

Helloween, Keeper of the Seven Keys Part IIPiù tardi quello stesso anno uscì Keeper Of The Seven Keys Part 2 degli Helloween. Comprandolo a scatola chiusa, solo perché gli piaceva la copertina, il me ragazzino di cui sopra scoprì un nuovo genere musicale: quello che sarebbe poi stato chiamato Power Metal. Di solito si fa risalire la data di nascita del genere all’uscita del primo capitolo della saga delle sette chiavi degli Helloween, ma fu il 1988 che diede il vero impulso grazie anche agli album di Rage (Perfect Man), Running Wild (Port Royal), Manowar (Kings of Metal) e Vicious Rumors (Digital Dictator). I Virgin Steele pubblicarono Age of Consent che però fu un fallimento commerciale. Tra le curiosità legate al Power Metal si segnalano l’esordio dei Blind Guardian (Battallions of Fear), The Daily Horror News dei Risk (una band non priva di senso dell’umorismo) e l’album Exciter degli Exciter. Questi ultimi furono tra i primi a suonare speed metal ed ebbero una influenza non da poco sul Thrash ma si evolsero poi in una direzione più melodica, tanto che nel 1988 il batterista Dan Beehler lasciò il microfono a un nuovo cantante e la band divenne per un breve periodo un quartetto. Fecero parlare di sé anche i Sanctuary con Refuge Denied più però per la presenza di Dave Mustaine come produttore che per  la qualità pur molto buona del disco.

Robert Plant, Now And ZenQuell’anno i Led Zeppelin pubblicarono non uno ma ben due album! Vabbè si fa per dire… ma mentre Jimmy Page cominciava la sua carriera solista con Outrider Robert Plant consolidava la sua posizione con Now and Zen, che avrà anche una produzione di plastica ma a me continua a piacere come quando lo ascoltai per la prima volta. Dopo tre anni gli AC/DC tornarono a pubblicare un vero album (Blow Up Your Video), gli Scorpions fecero uscire Savage Amusement (questo sì invecchiato malissimo) e Ozzy Osbourne con No Rest for the Wicked diede un degno successore a The Ultime Sin. David Lee Roth pubblicò Skyscraper, un lavoro più maturo e per certi versi più serio del precedente Eat ‘em and Smile di un paio d’anni prima, mentre i Van Halen dimostrarono di non avere ancora digerito la dipartita del cantante rispondendo ironicamente al titolo del suo primo disco con OU812. Sempre in ambito Hard Rock gli Hurricane pubblicarono Over the Edge che divenne il loro album più di successo. Negli Hurricane militavano il bassista Tony Cavazo e il chitarrista Robert Sarzo che sono i fratelli piccoli di Carlos Cavazo e Rudy Sarzo, il primo dei quali pubblicò quell’anno QR coi Quiet Riot mentre il secondo aveva ormai lasciato la band da tempo per unirsi ai Whitesnake.

Blue Oyster Cult, ImaginosDopo quasi otto anni vede la luce il progetto Imaginos, uscito a nome Blue Öyster Cult ma in realtà concepito e messo insieme da Albert Bouchard e Sandy Pearlman. Fu così che uno dei migliori album dell’anno, nonché a tutt’oggi l’ultimo prodotto davvero eccezionale dei Blue Öyster Cult, passò quasi inosservato. Anni dopo, quando finalmente lo ascoltai insieme al resto della discografia della band, Imaginos divenne uno dei miei album preferiti di sempre e non nascondo un certo disagio nel notare che sia stato un falimento commerciale proprio nel 1988, quando cioè io ragazzino ogni settimana mi spendevo la paghetta in musica. Se solo avessi comprato questo invece di…

LA GunsDi album brutti ne abbiamo comunque comprato tutti e non è il caso di stilare classifiche in negativo. Ma un flop memorabile merita forse di essere ricordato: Cold Lake dei Celtic Frost. Questa band è famosa per aver influenzato tutto il movimento Black Metal con album come To Mega Therion del 1985 e Into The Pandemonium del 1987 ma nel 1988 se ne uscì con un album Glam! Ovvio tentativo di sfruttare l’onda del successo commerciale del genere che a quel punto degli anni ottanta aveva raggiunto l’apice. Ma non si pensi che la qualità di tutte le uscite Glam fosse per questo mediocre: Long Cold Winter dei Cinderella e Open Up and Say… Ahh! dei Poison furono conferme importanti, Wings of Heaven dei Magnum e Reach for the Sky dei Ratt ennesime prove di gran gusto, e non mancarono un live memorabile (anche se pieno di overdubs) a cura dei Dokken e un debutto di fuoco a cura dei Winger. Per non dimenticare l’omonimo degli L.A. Guns che con i Guns N’ Roses divennero esponenti di punta di un nuovo sottogenere.

Yngwie J Malmsteen - OdysseyPer gli amanti della chitarra, specialmente gli assoli alla Ritchie Blackmore, uscirono due album memorabili: Stand in Line di Impellitteri e Odyssey di Yngwie Malmsteen, non a caso con alla voce Graham Bonnet il primo e Joe Lynn Turner il secondo (entrambi con un passato nei Rainbow di Ritchie Blackmore). L’esordio della Jeff Healey Band introdusse i metallari al blues ma l’album Heavy Metal per virtuosi nel 1988 fu il quasi interamente strumentale Go Off! dei Cacophony, dove Jason Becker e Marty Friedman pubblicarono una serie di assoli così potenti da sconfinare quasi nel Thrash. Lita Ford ottenne il suo definitivo successo solista con l’album Lita e le Vixen pubblicarono il loro album d’esordio, tanto per ricordare che il girl power era già ben presente e radicato nell’Heavy Metal degli anni ottanta. E mi preme di ricordare un altro fenomeno dell’epoca: il Christian Metal, che ebbe negli Stryper il gruppo di riferimento. Quell’anno pubblicarono In God We Trust, forse l’album più debole della loro carriera ma pur sempre quello che me li fece conoscere. E che dire della prima band Heavy Metal di colore? I Living Colour uscirono con Vivid e la nostra musica preferita non fu mai più la stessa!

Megadeth, SoFar So Good... So What?In campo strettamente Thrash fu un anno prolifico: Death Angel, Destruction, Overkill e Testament pubblicarono tutti ottimi nuovi album. I Megadeth pubblicarono So Far, So Good… So What? con una formazione rimaneggiata ma un tiro sempre al massimo (In My darkest Hour rimane fra i miei pezzi preferiti di sempre), gli Slayer regalarono ai fans un’altra perla (South of Heaven) mentre gli Anthrax uscirono invece con un album un po’ sotto tono (State of Euphoria). Ma la vera sorpresa furono i Voivod che se ne uscirono con quel capolavoro che ancora oggi è Dimension Hatröss. Coroner e Mekong Delta pubblicarono i loro rispettivi secondi album (Punishment for Decadence i primi e The Music of Erich Zann i secondi). Alcuni gruppi pubblicarono album fenomenali che però rimasero relativamente sconosciuti, fra questi Anacrusis (Suffering Hour), Blind Illusion (The Sane Asylum) e Deathrow (Deception Ignored). La scena Death Metal si consolidò proprio nel 1988 quando i Death pubblicano Leprosy, l’album che per molti rappresenta l’espressione più pura del genere, e fecero il loro esordio i Bolt Thrower (In Battle There Is No Law!) e i Carcass (Reek of Putrefaction). Per non dimenticare Pestilence, Sadus e Incubus anche loro tutti al primo album. Sempre in ambito estremo si segnala il secondo disco dei Napalm Death: From Enslavement to Obliteration.

Queensryche_-_Operation_Mindcrime_coverDopo la pubblicazione di una mia lettera su H/M cominciai a intrattenere alcune amicizie epostolari. Per i lettori sotto i trent’anni forse conviene spiegare che ci fu un tempo in cui se si volevano scambiare opinioni e formare amicizie con persone relativamente lontane si doveva prendere carta e penna e “scriversi” delle lettere. Ebbene una di queste amicizie mi consigliò caldamente di ascoltare i Queensrÿche, e mi dovette incalzare anche un paio di volte, ma alla fine mi decisi a comprare la cassetta di Operation: Mindcrime a scatola chiusa. Inutile dire che a tutt’oggi considero quell’album come il migliore uscito quell’anno e tra i miei preferiti di tutti i tempi, quindi grazie pen-pal ovunque tu sia oggi! Ricordo anche il secondo album dei Crimson Glory (Transcendence) e il primo album dei King’s X e soprattutto No Exit dei Fates Warning, primo lavoro con alla voce Ray Alder.

DeathSSE la scena Italiana non produsse nulla che meriti essere ricordato? Il mio primo contatto con la scena Italiana avvenne grazie a una cassettina che mi registrò un amico: da un lato The Story of Death SS e dall’altro In Death of Steve Sylvester. Musica che mi diede i brividi per settimane e che rimane forse per questo molto in alto fra le mie preferenze. Ma a proposito di brividi, nulla mi ha mai fatto tanta paura come Them di King Diamond. Quando lo ascoltai ero assolutamente impreparato a quei caratteristici cambi di timbro del cantante e la cosa mi fece tanta soggezione che mi ci vollero mesi per prendere in mano la cassetta per la seconda volta! E poi ci sarebbero altre decine di album da nominare: scoprii i Saxon con Destiny,  i Kingdon Come pubblicarono il loro primo album, i Pantera pubblicarono il primo album con Phil Anselmo… la lista è davvero troppo lunga.

Frank Zappa, Broadway The Hard WayLontano dal metal forse l’evento più importante dell’anno in campo musicale fu l’ultimo tour di Frank Zappa. Ovviamente non si poteva sapere in anticipo che sarebbe stato l’ultimo ma il gruppo di musicisti che lo accompagnava cominciò a litigare e le divergenze divennero così insanabili che gli ultimi concerti dovettero essere cancellati. Successivamente Frank compilò tre album live da registrazioni di quel periodo la prima delle quali, Broadway the Hard Way, uscì già nel 1988.

La lista che segue rappresenta uno spaccato di quanto di meglio uscito nel 1988. Li abbiamo messi in ordine alfabetico e  non ci illudiamo di essere riusciti ad includere tutto. Da parte mia ho voluto raccontare la mia limitata esperienza, il 1988 visto con gli occhi di un ragazzino appena quattordicenne che si affacciava sulla scena metal per la prima volta in vita sua. Guardando questa lista non posso fare a meno di stupirmi nel constatare quanti di questi album ascoltai “in diretta” quello stesso anno, senza internet senza MP3 e senza servizi di streaming ma con l’aiuto di stampa specializzata, fratelli maggiori di compagni di classe e tante ma proprio tante “cassette vuote”!

AC/DC — Blow Up Your Video
Blue Öyster Cult — Imaginos
Cinderella — Long Cold Winter
Coroner — Punishment for decadence
Danzig — Danzig I
Death — Leprosy
Death Angel — Frolic Through the Park
Deathrow — Deception Ignored
Fates Warning — No Exit
Helloween — Keeper of the Seven Keys part 2
Iron Maiden — Seventh Son of a Seventh Son
King Diamond — Them
King’s X — Out of the silent planet
L.A. Guns — LA Guns
Living Colour — Vivid
Malmsteen, Yngwie — Odyssey
Manowar — Kings of Metal
Megadeth — So far, So good, so what?
Metallica — …And Justice For All
Nuclear Assault — Survive
Overkill — Under the Influence
Poison — Open up and say… Ahh!
Queensrÿche — Operation: Mindcrime
Rage — Perfect Man
Riot — Thundersteel
Sieges Even — Life Cycle
Slayer — South of Heaven
Suicidal Tendencies — How will I laugh
Vicious Rumors — Digital Dictator
Voivod — Dimension Hatröss
Winger — Winger

P.S. A scanso di equivoci vorrei precisare che le immagini inserite in questo articolo rappresentano le cassette che comprai quell’anno. Con le sole eccezioni di Imaginos e Broadway The Hard Way, che ho inserito per l’immenso valore affettivo che attribuisco a entrambi.

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OBAKE – Mutations (2014)

obakeIl primo album degli Obake aveva suscitato un notevole interesse grazie ad un sound fragoroso, sgraziato, assordante – estremo, in una parola, assemblando vari input provienti da vari generi (grind, sludge, hardcore, noise rock) senza rientrare in nessuno di essi. Il secondo album, Mutations, alza l’asticella e se da un lato presenta maggiore accessibilità con un cantato semi-orecchiabile (in Infinite Chain fa pensare all’odioso David Sylvian), dall’altro espande il raggio d’azione con una lugubre psichedelia ed una vena teatrale accentuata. Sembra di ascoltare, per certi versi, uno strano incrocio fra Nine Inch Nails e Tool passato attraverso i suoni catramosi e lo spirito beffardo dei Melvins. Le canzoni sono dinamiche, con momenti di calma apparente seguiti da esplosioni di groove sludge e salmodie infernali degne dei sacerdoti di qualche culto lovecraftiano. Da segnalare la presenza al basso di Colin Edwin, conosciuto già nei Porcupine Tree e qui parte integrante di un ingranaggio ritmico assordante e punitivo. Disco interessante e ricco di spunti, al di là dei generi. Tutti gli appassionati di suoni grezzi, di suggestioni inquietanti e atmofere fra il grottesco e l’horror dovrebbero dare una chance agli Obake.

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COLLIBUS – The False Awakening (2014)

I Collibus sono inglesi, vengono da Manchester e propongono un Power-Progressive metal dalle tinte oscure a metà strada fre Iced Earth, Nevermore e Threshold. The False Awakening  è il loro debutto discografico anche se a dire il vero raccoglie matariale gia edito in un Ep e un disco usciti nel 2009. Hanno gia’ diverse frecce nel proprio arco visto che possono vantare un dichiarato apprezzamento da parte di Brian may, per le loro abilità strumentali, e anche per esser stati il primo gruppo Metal a suonare dal vivo nella  Camera Dei Comuni inglese. Musicalmente ci sanno fare ed hanno un punto di forza nella cantante Gemma Fox dal timbro bello potente e per fortuna lontana dalle sirene gothic-metal che tanto vanno di moda oggigiorno, potrebbe essere paragonata ad una sorta di versione più metal di lana lane. I brani piu corti si fanno apprezzare per i cori e per gli ottimi arrangiamenti mentre anche nei pezzi piu’ lunghi (Spite, ad esempio, raggiunge i nove minuti) l’attenzione e’ sempre rivolta alla melodia ben costruita piuttosto che allo sfoggio di tecnica. Se vogliamo trovare un difetto è nella durata eccessiva : in un ora e dieci minuti di musica il rischio di riempitivi è sempre dietro l’angolo. In definitiva una piacevolissima sorpresa, difficile dire se saranno delle future stelle nel genere ma per ora ci possiamo decisamente accontentare.

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