OBAKE – Mutations (2014)

obakeIl primo album degli Obake aveva suscitato un notevole interesse grazie ad un sound fragoroso, sgraziato, assordante – estremo, in una parola, assemblando vari input provienti da vari generi (grind, sludge, hardcore, noise rock) senza rientrare in nessuno di essi. Il secondo album, Mutations, alza l’asticella e se da un lato presenta maggiore accessibilità con un cantato semi-orecchiabile (in Infinite Chain fa pensare all’odioso David Sylvian), dall’altro espande il raggio d’azione con una lugubre psichedelia ed una vena teatrale accentuata. Sembra di ascoltare, per certi versi, uno strano incrocio fra Nine Inch Nails e Tool passato attraverso i suoni catramosi e lo spirito beffardo dei Melvins. Le canzoni sono dinamiche, con momenti di calma apparente seguiti da esplosioni di groove sludge e salmodie infernali degne dei sacerdoti di qualche culto lovecraftiano. Da segnalare la presenza al basso di Colin Edwin, conosciuto già nei Porcupine Tree e qui parte integrante di un ingranaggio ritmico assordante e punitivo. Disco interessante e ricco di spunti, al di là dei generi. Tutti gli appassionati di suoni grezzi, di suggestioni inquietanti e atmofere fra il grottesco e l’horror dovrebbero dare una chance agli Obake.

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COLLIBUS – The False Awakening (2014)

I Collibus sono inglesi, vengono da Manchester e propongono un Power-Progressive metal dalle tinte oscure a metà strada fre Iced Earth, Nevermore e Threshold. The False Awakening  è il loro debutto discografico anche se a dire il vero raccoglie matariale gia edito in un Ep e un disco usciti nel 2009. Hanno gia’ diverse frecce nel proprio arco visto che possono vantare un dichiarato apprezzamento da parte di Brian may, per le loro abilità strumentali, e anche per esser stati il primo gruppo Metal a suonare dal vivo nella  Camera Dei Comuni inglese. Musicalmente ci sanno fare ed hanno un punto di forza nella cantante Gemma Fox dal timbro bello potente e per fortuna lontana dalle sirene gothic-metal che tanto vanno di moda oggigiorno, potrebbe essere paragonata ad una sorta di versione più metal di lana lane. I brani piu corti si fanno apprezzare per i cori e per gli ottimi arrangiamenti mentre anche nei pezzi piu’ lunghi (Spite, ad esempio, raggiunge i nove minuti) l’attenzione e’ sempre rivolta alla melodia ben costruita piuttosto che allo sfoggio di tecnica. Se vogliamo trovare un difetto è nella durata eccessiva : in un ora e dieci minuti di musica il rischio di riempitivi è sempre dietro l’angolo. In definitiva una piacevolissima sorpresa, difficile dire se saranno delle future stelle nel genere ma per ora ci possiamo decisamente accontentare.

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CHE COSA NOI BEVIAMO? IL METALLO!

Nel 1999 Gli Atroci intonavano il loro inno “i guerrieri del metallo“, e qualcuno deve averli ascoltati con attenzione. Con molta attenzione.

Sembra infatti una moda, ma ultimamente tanti artisti dell’ambiente Metal [fino a sfociare nel Pop, passando ovviamente per il Rock] hanno pensato bene di rinforzare le proprie finanze mettendo il proprio nome su bevande alcoliche, in primis sul vino. C’è chi potrebbe vedere in tutto questo una crisi della musica, chi un modo per queste vecchie tigri di “tirare a campare”, chi invece si limita a bere divertito.

E voi, a quale gruppo appartenete?

Birra Vino EnergyDrink Vodka Olio Assenzio
AC/DC X X X
Amon Amarth X
Blind Guardian X
Doro X
Grateful Dead X
Grave Digger X
Iron Maiden X X
Kiss X X
Madonna X
Marilyn Manson X
Motörhead X X X
Nightwish X
Pink Floyd X
Police X
Rolling Stones X
Slayer X
Sting X X
Streisand X

E poi, come se non bastasse, ci sono altre gustose realtà: il vino Chianti Rock, il Marshall Fridge dove conservare le vostre birre, il grembiule degli Slayer [utilissimo per le grigliate al sangue] del sito Metal and Wine [già presente nella tabella sopra, è un’ottima fonte di ispirazione], la vodka Crystal Head patrocinata da Dan Aykroyd [magari non sarà strettamente legata al Metal, ma avete mai visto una bottiglia dall’aspetto più Metal di questa?], eccetera…

Crystal Head Vodka

Altro che Indiana Jones!

Purtroppo, spesso la vendita di queste meraviglie alcoliche è a tempo limitato, per cui se foste interessati a qualcosa non lasciate passare troppo tempo: le birre di Amon Amarth, Corrosion of Conformity, Municipal Waste, Pearl Jam, Pig Destroyer e Sepultura, ad esempio, sono oramai finite da tempo!

Ovviamente, la lista dei vini non si esaurisce alla tabella sopra-riportata. Ma questo vuole essere solo un piccolo aperitivo, tanto per gradire.

Chi assaggia?

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SPIRITUAL BEGGARS – 20 anni di album in studio

Spiritual Beggars

Gli Spiritual Beggars nascono ad Halmstad nel 1993 come valvola di sfogo del chitarrista Michael Amott (Carnage, Carcass, Arch Enemy), desideroso di mettere temporaneamente da parte il death metal per concentrarsi su un rock duro figlio di band come Mountain, Black Sabbath e Deep Purple.
Pur con molte pause, dovute al successo delle altre band del chitarrista anglo-svedese, i Beggars sono arrivati al 2014 mettendo in fila otto album in studio, fra hard rock, psichedelia pesante e stoner. Nel ventesimo anniversario dall’uscita del primo lavoro, ci piace l’idea di ripercorrerne le gesta!

La formazione originale

La formazione originale

Spiritual Beggars (1994)
“Alcohol becomes my saviour”
Il disco di debutto vede la band composta da Amott con il cantante/bassista Christian “Spice” Sjöstrand e il batterista Ludwig Witt.
Il songwriting della band è forse ancora acerbo, ma i riff pesanti, gli assoli a metà fra Schenker e Iommi, le improvvise escursioni jazzy e la voce calda e roca sono già elementi determinanti. Manca ancora l’hammond, che invece avrà un ruolo determinante in futuro, e questo fatto lascia oggi, a riascoltare brani come Yearly Dying o la bluesy Magnificent Obsession, una certa sensazione di vuoto. Poco importa: Michael suona che è una meraviglia, Spice incanta, e l’unione fra la chitarra, il basso cavernoso e una batteria à la Bill Ward funziona già alla grande.

Another Way To Shine (1996)
“Outside I see that snow has begun to fall / And it reminds me of you”
Con il secondo lavoro, i Beggars confermano di essere sulla strada giusta: lo stile è un violento muro di suono che fonde Black Sabbath, Mountain, Blue Cheer e primi Motörhead, graziato dalle capacità solistiche di un Amott stellare e da una voce espressiva e affascinante. I testi parlano di depressione alcolica, donne stronze e viaggi onirici, creando affreschi suggestivi. Brani come l’euforica Magic Spell, la sabbathiana Blind Mountain e la sinuosa titletrack concorrono a formare un signor disco e dimostrano il valore di un gruppo che sta per fare il salto di qualità definitivo. A questo punto, la band vanta un seguito soprattutto in Giappone, mentre viene inserita dalla critica, a torto o a ragione, nel grande calderone di una scena stoner rock in gran fermento.

Mantra III (1998)
“But I feel fine today ‘cause I’ve got friends inside my head…”
È con il terzo disco che la band centra il suo album capolavoro: Mantra III vede infatti il trio mettere tutto completamente a fuoco, con un grande songwriting ed esecuzioni spettacolari. Hammond e mellotron (per cortesia dell’ospite Per Wiberg) cominciano ad avere un ruolo determinante, mentre si insinuano influenze derivate da Deep Purple, Doors e dal desert rock (Inside Charmer). La doomy Euphoria è probabilmente il brano più grande scritto dalla band, la violenta Homage To The Betrayed scatena l’headbanging più selvaggio e la purpleiana Send Me A Smile contribuiscono a fare di Mantra III un caposaldo sottovalutato dell’hard rock moderno.

Ad Astra (2000)
“Bring me a dog or a loaded gun / I’m fed up with all the people around”
Il quarto album vede completare la mutazione della band nella sua prima fase. Per Wiberg (in seguito anche negli Opeth) si unisce ora ai Beggars in qualità di membro stabile, aggiungendo il suo organo infuocato à la Ken Hensley ad una miscela già esplosiva. Ma chi temeva un alleggerimento può stare tranquillo: il suono del neo-quartetto si fa ancora più massiccio e compatto. Forse anche troppo! La produzione è più metallica e satura che in passato, e toglie probabilmente troppo respiro all’ascolto. Il sound della band perde parte dell’anima lisergica per avvicinarsi ad un punto di fusione fra Black Sabbath, Deep Purple e Uriah Heep rielaborati in chiave più violenta e moderna. I brani sono comunque stellari, e pezzi come l’opener Left Brain Ambassador, una Angel Of Betrayal di chiara matrice heepesca e l’intensa ballad Mantra sono fra le cose migliori di un album di altissimo livello.

I Beggars sono ora ad un momento critico, quello del “o ora o mai più”. L’investimento c’è sicuramente, anche in termini di qualità, e ora la band è piuttosto conosciuta anche in Europa, ma il vero botto non avviene, e un pubblico più vasto tarda a vedersi. Qualcosa si guasta nei rapporti personali: nelle interviste del tour, Amott e Wiberg si dimostrano piuttosto freddi e scazzati nei confronti di Spice. È la fine di un’era.

Arriva JB

Arriva JB

On Fire (2002)
I am the clown in the mirror / the part of you you hate
Nel giro di due anni le cose sono cambiate parecchio per Michael Amott: i Beggars non sono riusciti ad imporsi, ma la sua band death metal, gli Arch Enemy, ha iniziato a conquistare pubblico con l’arrivo della bionda Angela Gossow. Sulla scia del successo di Wages Of Sin il chitarrista prova a rilanciare anche il suo gruppo hard rock: alla voce viene reclutato il semisconosciuto Janne “JB” Christoffersson, che ha da poco pubblicato il debutto doom dei suoi Grand Magus, mentre al basso, in prestito dai The Quill, arriva Roger Nilsson. La vociona cupa ed epica di JB è una sorpresa piacevolissima: diversa al punto giusto da quella del suo predecessore ma in grado comunque di garantire continuità stilistica. Amott prende in mano anche la scrittura dei testi, che si fanno ora più vari, ma anche meno affascinanti, rispetto a quelli di Spice. Dal punto di vista stilistico la band continua a proporre una rilettura moderna di Purple, Sabbath e Heep, forse in maniera più formale che in passato, ma comunque di alto livello. L’opener Street Fighting Saviours, l’orecchiabile Killing Time e la vibrante Dance Of The Dragon King testimoniano il valore di un ottimo lavoro.

Demons (2005)
Thought it’d last forever / How sad and naive
Anche On Fire non è riuscito ad imporre veramente i Beggars, oramai diventati a tutti gli effetti un side-project, ma la band esce comunque con un nuovo disco, forse anche solo per soddisfare le richieste del pubblico giapponese. Il quintetto si rinnova con l’arrivo di Sharlee D’Angelo (Mercyful Fate, Arch Enemy) al basso, cosa che restituisce un suono più d’impatto rispetto a quanto sentito con il più raffinato Nilsson. Lo stile della band si avvicina più che mai al proto-metal, spostando le coordinate temporali di riferimento verso la fine degli anni ’70: gli assoli si fanno meno acidi e più melodici, e il cantato ha una vena più epica. Demons è anche migliore del predecessore, anche se entrambi i dischi tendono ad essere meno longevi rispetto al materiale del periodo Spice. Fra i brani non possiamo non segnalare l’energica Throwing Your Life Away, la diretta One Man Army e l’intensa Through The Halls.

L'era di Apollo

L’era di Apollo

Return To Zero (2010)
The choice you made is yours to live / The bridge you burnt is yours to keep
Ci vogliono ben cinque anni prima che Amott, preso dal successo degli Arch Enemy e dalla reunion dei Carcass, riesca a trovare del tempo da dedicare alla sua creatura hard rock. Nel frattempo se ne è andato JB, assorbito dalla carriera dei Grand Magus e rimpiazzato da Apollo Papathanasio dei Firebird. Il nuovo cantante, tecnicamente bravissimo, sposta inevitabilmente le coordinate stilistiche della band: la sua voce acuta tende ad avvicinarla infatti al retro-hard rock di ultima generazione, finendo quasi per stravolgerne l’identità originaria. Dal punto di vista musicale, Return To Zero è un disco sempre più vicino all’heavy metal melodico: la cosa non sarebbe certamente un problema se non fosse che la vena compositiva di Amott, come già negli Arch Enemy, si è nel frattempo decisamente inaridita. Fra le cose migliori troviamo l’articolata The Chaos Of Rebirth (che incrocia i Judas Priest agli Scorpions del periodo Roth), la ruffiana We Are Free e una Spirit Of The Wind in cui la versatilità di Apollo viene sfruttata al meglio: l’album cresce con gli ascolti e alcune sequenze solistiche sono spettacolari ma, dopo cinque anni di attesa, è comunque un disco stanco e deludente.

Earth Blues (2013)
I see a black dawn rising / Can we turn the tide?
Quando ormai li davamo per persi, gli Spiritual Beggars si rimettono in carreggiata. Earth Blues non è forse un disco memorabile, ma le cose funzionano decisamente meglio che nel lavoro precedente: Apollo è meglio integrato e più a suo agio, e la band recupera qualcosa in termini di compattezza e messa a fuoco; il sound si rifà più viscerale, settantiano e diretto. Alla vecchia guardia dei fan mancheranno comunque il lirismo lisergico e lo spirito animale dell’epoca Spice, ma i Beggars di oggi dimostrano di essere ancora vivi: la sensuale Turn The Tide, la desertica Wise As A Serpent e la melodica Sweet Magic Pain stanno qui a ribadirlo!

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The Jeff Healey Band, una retrospettiva

Dal punto di vista metallaro Jeff Healey si colloca nel filone dei virtuosi della chitarra, gente del calibro di Joe Satriani, Tony MacAlpine o anche il primo Yngwie Malmsteen. Tra la fine degli anni ottanta e l’inizio degli anni novanta questi musicisti fecero uscire una riga di album in cui il protagonista principale era l’assolo di chitarra, al punto che molti rinunciarono del tutto ad arruolare un cantante e fecero uscire album strumentali. I lavori più riusciti passarono comunque alla storia del genere, e sono tuttora considerati album importanti, per un unico semplice motivo: il connnubio fra la difficoltà di esecuzione e la facilità dell’ascolto.

Ma la Jeff Healey Band rimane comunque un capitolo a parte, sia perché proponeva comunque sonorità a cavallo tra Blues e Hard Rock sia perché la sensibilità musicale del chitarrista Canadese non fu mai facilmente catalogabile. Cieco fin da piccolo, Jeff suonava la chitarra tenendola appoggiata sulle ginocchia in orizzontale e questo conferiva al suo stile un carattere unico, oltre che rappresentare un tratto saliente della sua immagine.

Il periodo d’oro del gruppo furono i quattro anni tra il 1990 e il 1994, durante i quali realizzarono due album e raggiunsero vette di successo planetario. Jeff Healey era affiancato da Joe Rockman al basso e Tom Stephen alla batteria ma il protagonista assoluto era lui, sia con la chitarra che con la sua voce calda e pulita.

See the Light (1988)L’album di debutto, See The Light del 1988 , fu accolto abbastanza bene dai fan del metallo, aiutato anche da buone recensioni sulla stampa del genere. Personalmente fu la mia prima escursione in territori per così dire alieni, e senza dubbio all’epoca aprì le porte del Blues per molti adolescenti metallari come me. Tra i brani più riusciti segnalo Confidence Man, River of No Return e la ballad Angel Eyes.

Hell To Pay (1990)Il successo vero arrivò con il secondo album, Hell to Pay del 1990, che proponeva sonorità più vicine all’Hard Rock ed aveva per questo più potenziale commerciale. Per i metallari fu l’album della conferma: la Jeff Healey Band sapeva essere pesante! Tra i brani migliori una cover di While My Guitar Gently Weeps dei Beatles da brividi per cui fu realizzato anche un videoclip.

Feel This (1992)Nel 1992 uscì anche Feel This a completare un tris di album memorabile. Questa volta il salto evolutivo fu rappresentato da una produzione molto più patinata, in linea col gusto radiofonico dell’epoca. Purtroppo però nel 1992 certe sonorità cominciavano a passare di moda grazie all’avvento del Grunge e forse per questo l’album non riuscì a ripetere lo stesso risultato di vendite del precedente.

Negli anni successivi la Jeff Healey Band realizzò altri due album, Cover to Cover del 1995 e Get Me Some del 2000, ma a quel punto il grande pubblico non era più interessato. Jeff cominciò così a dedicarsi ad altro: imparò a suonare la tromba e mise insieme una band puramente Jazz, abbandonando completamente l’Hard Rock. Nel 2005 pubblicò l’album dal vivo Live at Montreaux con materiale del 1999, e quello fu l’ultimo capitolo per la Band.

Jeff Healey è morto nel Marzo del 2008 all’età di 41 anni a causa di un tumore. La moglie ne porta tutt’ora avanti il ricordo, gestendo il blog ufficiale, dove si trovano anche registrazioni video di concerti memorabili come ad esempio una apparizione al Pistoia Blues Festival del 1990 al fianco di BB King e Edoardo Bennato.

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THE GLORIA STORY – Rock in Skövde

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Una delle cose più belle dei social network è la possibilità di scoprire musica in maniera quasi casuale, semplicemente perché qualcuno ha condiviso un video o un brano. È il caso di questi The Gloria Story, proviniente dalla cittadina svedese di Skövde e assurti in fretta al rango di apprezzata cult band.

LA MUSICA
A partire dal singolo Oh No (platino in patria) e dal disco di debutto Shades Of White (2011) i Gloria Story hanno subito reso chiare le proprie influenze, con un party rock settantiano palesemente influenzato da KISS e Thin Lizzy. Il primo album, in particolare, sembra volersi piazzare in un possibile punto di incrocio fra i percorsi delle due band, e si tratta di un lavoro sicuramente valido, con buoni brani come la lynottiana Valentino o la festante When Hearts Cease To Boom. Il disco non sembra però riuscire a catturare al meglio la carica della band, suonando un po’ leccato e con il freno a mano decisamente tirato. Il vero salto di qualità avviene con il secondo album Born To Lose (2013), dove la band riesce ad amalgamare al meglio il proprio songwriting creando un sound più personale e aggiungendo una forte iniezione di garage rock, a rendere il tutto più carico e vibrante. Anche la produzione aiuta e, grazie ad un sound energico e vibrante, contribuisce ad un risultato eccellente, per uno dei migliori album rock dell’ultimo periodo: brani come la titletrack, l’omaggio ai KISS di Live Your Life In Shame, la sinuosa Sex Is In The House e la ruffiana Borderline sono sicuramente delle ottime frecce all’arco della band!

LE PAROLE
Tocca al cantante e chitarrista Filip Rapp presentarci il gruppo…
“La nostra passione è l’hard rock degli anni ´70, in particolare band come KISS e Thin Lizzy, ma anche Ac/Dc, Aerosmith ed altri ancora. Abbiamo formato questa band cinque anni fa con l’intenzione di fare la musica con cui siamo cresciuti; volevamo fare qualcosa che fosse vero e onesto nei confronti di noi stessi. Siamo anche tutti maniaci degli show spettacolari ad alta energia, quindi per noi la parte scenica conta quanto quella musicale. È questo che ti puoi aspettare ad un nostro concerto: cerchiamo sempre di mettere in piedi uno show coinvolgente e di non farci fermare da nulla, quando si tratta di far divertire il nostro pubblico! Siamo anche una band di buono spirito: al momento c’è una grande ondata di gruppo che fanno un rock settantiano, ma la maggior parte di loro, come i Rival Sons e i Ghost, si concentra sul lato più duro e oscuro di quella musica. Noi cerchiamo invece di puntare sull’aspetto festaiolo, sul divertimento. Vogliamo che i nostri concerti e i nostri album abbiano un anima giocosa.”
Cosa vuol dire essere una rock band in Skövde? Non stiamo parlando esattamente di una metropoli!
“Guarda, in realtà è un’ottima cosa, per una band svedese. Certo, abbiamo fatto tour in Europa, ma il nostro centro di attività è la Svezia. E Skövde è in una posizione ideale! Siamo a tre ore da Stoccolma, quattro ore da Malmö, due da Gotemburgo… è una posizione ideale, per una band come la nostra. E, al giorno d’oggi, tutti i contatti li tieni via email, via internet: non hai proprio bisogno di vivere in una grande città.”
The Gloria Story
Prima hai citato le vostre influenze. Penso che si possa dire senza problemi che il primo disco si possa descrivere come “i Thin Lizzy incontrano i Kiss”. Col secondo album, invece, avete sviluppato un sound più personale e particolare, pur mantenendo le vostre influenze. Concordi?
“Direi proprio di sì. Sai, il debutto è stato prodotto da Boba Lindström degli Hellacopters; continuo ad apprezzarlo, ma il fatto è che quel disco rappresentava più la sua idea di come dovessimo suonare che non la nostra. Abbiamo ricevuto ottime recensioni e l’album ha avuto un discreto successo, ma la gente che ci veniva a vedere ai concerti continuava a dirci: «Hey, ma siete molto meglio dal vivo!» Ed effettivamente è così: siamo decisamente più duri e aggressivi che in quel disco. Il secondo lavoro è molto più vicino al nostro spirito live: non penso, in realtà, che il nostro stile di scrittura sia cambiato più di tanto fra un album e l’altro, ma sicuramente il sound è molto più ruvido ed energico.”
Vi piace usare i cliché del rock, basti pensare ad un titolo come Born To Lose, o al vostro logo così anni ’70. Non avete paura di mettervi da soli in trappola?
“(Ride, nda) Eh, forse! Il fatto è che mi sono sempre detto: se dobbiamo copiare da qualcuno, copiamo dal meglio! E non posso negare che il nostro sound, il nostro logo, la nostra immagine rispondano a criteri ben precisi. Penso che al giorno d’oggi sia davvero importante mostrare in maniera chiara la propria identità: è importante fare capire chi sei e da dove vieni, e noi non nascondiamo il fatto di essere stati influenzati da determinate band. È importante per noi rendere tutto chiaro. Un nostro ottimo amico, Nicke Andersson degli Hellacopters la pensa come noi e non ha mai paura di dire: «Beh, sono un musicista rock, ma prima di tutto sono un fan dei KISS!» (risate, nda) Direi che la cosa vale anche per noi: qualunque sia il nostro obiettivo, non possiamo nascondere la verità su di noi, anche se è chiaro che cerchiamo comunque di fare la nostra musica. Però non hai tutti i torti: potrebbe essere un limite… con la nostra immagine, la gente si aspetta un certo tipo di sound e diventerebbe difficile fare altro. Cosa che, sia chiaro, al momento non ci interessa proprio fare”.

Avete fatto uscire da poco un video davvero fantastico di tributo ai KISS. Come vi è venuta questa idea?
“Tutto nasce dalla canzone. Avevamo scritto la musica, ma non riuscivamo a trovare un testo che fosse adatto. Quasi per scherzo ho iniziato a mettere in fila alcuni titoli di canzoni dei KISS e ci siamo resi conto che funzionavano: di colpo ci siamo ritrovati con una sorta di brano su un fan che andava a vedere un loro concerto negli anni ´70. Abbiamo avuto un’illuminazione e con i KISS a celebrare il loro quarantesimo anniversario ci è piaciuta l’idea di rendere loro omaggio. Prima o poi avremmo dovuto fare un tributo dedicato a loro, dato che sono i miei eroi più grandi, e, visto che c’era l’occasione, anche per via dell’ingresso nella Hall Of Fame, ci siamo resi conto che era il momento giusto per farlo. E sono davvero soddisfatto del risultato: molte altre band avrebbero fatto una cover, noi abbiamo preferito usare un pezzo nostro!”
Sei l’unico membro della band ad apparire nel video. Non è strano?
“Vero! Sai, sto per rilevarti un grosso segreto: fino a questo momento, come saprai, abbiamo avuto due voci soliste, la mia e quella di Joan. Abbiamo deciso che, a partire dal prossimo disco, Joan si occuperà solo della chitarra solista e io sarò l’unica voce: questo video è servito anche per presentare me come frontman definitivo del gruppo; per questo abbiamo scelto di fare così. Gli altri ragazzi sono rimasti un po’ sorpresi all’inizio, quando abbiamo proposto la cosa, ma anche loro sono d’accordo nel ritenerla una buona idea.”
Sulla vostra pagina Facebook avete promesso un annuncio importante relativo al tour…
“Certo, te lo anticipo basta che non pubblichi nulla prima di domani (il 25 luglio, nda): saremo di supporto ai Bullet nel tour del prossimo autunno. Penso che sia un’ottima accoppiata: anche loro sono molto anni ’70, ma sono più simili agli Ac/Dc. Penso che sarà un gran bel tour!”
Prima hai accennato al prossimo disco: ci state già lavorando?
“Sì, è questo il motivo per cui non siamo particolarmente attivi dal vivo, questa estate. Di solito è uno dei periodi in cui suoniamo di più. Il fatto è che abbiamo fatto già più di cinquanta concerti a supporto di Born To Lose, ed è il momento di fare il prossimo passo: al momento siamo nella fase dei demo, abbiamo venticinque pezzi e, se tutto va bene, 10/12 di questi saranno sull’album. Il programma è di fare uscire un singolo a novembre, in occasione del tour, e l’album fra gennaio e febbraio. L’impressione che ho al momento è che il disco sarà meno punkeggiante – in Born To Lose si sentiva l’influenza dei Ramones – e più rock’n’roll. Ma è ancora presto per potere dire qualcosa di definitivo al riguardo.”
Prima hai citato gli Hellacopters… per volti versi la Svezia è la patria del rock’n’roll dell’ultima generazione. C’è qualche band nuova o non troppo conosciuta che apprezzi e che ti senti di consigliarci?
“Certo! Apprezzo molte band nuove! Consiglio assolutamente i Close Quarters, ad esempio. Mi piacciono molto anche i Märvel, da Linköping: hanno molti punti in contatto con il nostro stile, e sono proprio spettacolari. Infine i Siphon Fuel da Gotemburgo: ricordano vagamente i primi Accept e sono davvero bravi!”
Grazie per i consigli! Stargazer avrà delle nuove stelle da esplorare!

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STRIKER – City Of Gold (2014)

StrikerFra i giovani gruppi dediti al più classico metallone, gli Striker sono uno dei nomi più celebrati. Il loro power metal tutto americano, discendente in linea diretta da Vicious Rumors e Riot (in particolare quelli con Tony Moore alla voce), ha la consistenza del granito e viaggia spesso e volentieri ad alta velocità. Squassante e senza fronzoli, City Of Gold è un disco che offre i suoi momenti più riusciti quando il metronomo sale: Underground, la title track, la micidiale All For One e Second Attack sono le bordate necessarie per ridare un po’ di linfa vitale al metal classico, dopo la dose quasi mortale di morfina inflittagli dagli ultimi Judas Priest. La voce di Dan Cleary, acuta e squillante, fa pensare ad un giovanissimo Bruce Dickinson, e canta con scioltezza melodie epiche quanto cattive. Un difetto? E’ presto detto, il suono, che casca nel comune errore del cosplay metallico. Una produzione un po’ vintage come questa finisce per smorzare il potenziale offensivo dei giovani canadesi, che però arrivano lo stesso a fine disco ancora in forze. E noi con loro. Bravi!

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