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TEN – Albion (2014)

TenalbumalbionSono vent’anni che i Ten ci deliziano col loro personale approccio al metal melodico: un incrocio fra gli Iron Maiden e l’Hard Rock anni ottanta (su tutti i Whitesnake di 1987) che ha toccato l’apice nel 1999 con l’album Spellbound. Diciamo subito che dal punto di vista puramente metallaro il nuovo Albion non è e non può essere alla stessa altezza di quello: sono passati quindici anni e la vena melodica di Gary Hughes ha ormai preso il sopravvento sull’irruenza. Il paragone comunque non è fuori luogo se si considera che Albion è forse l’album più pesante dei Ten dai tempi proprio di Spellbound, e se non è proprio Power Metal almeno ci va più vicino di entrambi i lavori precedenti.

L’annuncio dell’inserimento di un terzo chitarrista aveva fatto salire le mie aspettative alle stelle, ma va detto ad onor del vero che la band aveva anche specificato che l’intento era di dare più spessore alla dimensione live. Detto questo gli assoli su Albion sono spesso più ricchi di sfumature che in passato, e quando si lanciano nel virtuosismo (A Smuggler’s Tale, It Ends This Way) non lasciano dubbi sulle loro radici Heavy Metal.

Il brano migliore è senza ombra di dubbio quello che dà il titolo all’album: Albion Born. Una ballata epica sulle origini di Albione (oggi chiamata Inghilterra) che seduce l’ascoltatore con un ritornello cantabile e un ritmo incalzante.

Il brano più debole è Gioco D’Amore, in cui solo il ritornello è cantato in Italiano. Per fortuna aggiungo io perché a parte l’accento agghiacciante di Gary Hughes le parti in Italiano sono quasi prive di significato. Il tentativo comunque non è del tutto da buttare: il contrasto melodico fra le due lingue è ben confezionato, ma il tutto rimanda troppo chiaramente ad altri brani ben più riusciti e troppo famosi per essere ignorati, su tutti un certo duetto di Andrea Bocelli…

In breve Albion è un ottimo album di Metal Melodico che prosegue nella direzione indicata dal precedente Heresy and Creed aggiungendo qualcosa dal punto di vista delle atmosfere epiche e delle chitarre Heavy Metal ma tenendo il piede fermo nella melodia.

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Un anno di Metal: 1988

Iron Maiden, Seventh Son of a Seventh SonNell’Aprile del 1988  un ragazzino appena quattordicenne entrò in un negozio di dischi e non curandosi degli scaffali  dove erano esposti i vinili si diresse sicuro all’espositore delle cassette. Poco meno di un anno prima un compagno di scuola lo aveva introdotto alle gioie dell’Heavy Metal: un paio di cassette TDK dove erano copiati Somewhere In Time degli Iron Maiden e Master of Puppets dei Metallica. Erano poi seguiti mesi di intense discussioni e ascolti religiosi, mesi nei quali non si era perso un numero di H/M, all’epoca la rivista specializzata più autorevole in Italia. Quel giorno aveva appena incassato la sua paghetta settimanale ed era determinato a spenderla tutta in un botto solo. Con trepidante attesa voltò le pagine dell’espositore fino a quando trovò l’oggetto dei suoi desideri: il nuovo album degli Iron Maiden, Seventh Son of a Seventh Son.

Metallica, ...And Justice for AllAgli occhi di quel ragazzino il panorama musicale metallaro del 1988 era straordinariamente eccitante. C’erano i Glamsters e i Thrashers sempre in lotta fra di loro, c’era l’Hard Rock di Europe e Bon Jovi che tutti disprezzavano ma che tutti conoscevano, c’erano i Metallica che mettevano d’accordo tutti e alla radio passavano Appetite for Destruction dei Guns N’ Roses e Hysteria dei Def Leppard, entrambi usciti l’anno prima ma esplosi quell’estate (in totale dieci settimane al numero 1 delle classifiche di Billboard) ed entrambi ormai “storia vecchia” per i metallari più attenti. Gli Europe quell’anno pubblicarono Out of this World e i Bon Jovi New Jersey, album sotto tono rispetto ai precedenti pluri-decorati The Final Countdown e Slippery When Wet ma pur sempre in grado di avvicinare all’Heavy Metal folle di nuovi fans. I Metallica uscirono invece con …And Justice for All e cominciarono la loro scalata alle classifiche internazionali col singolo One.

Helloween, Keeper of the Seven Keys Part IIPiù tardi quello stesso anno uscì Keeper Of The Seven Keys Part 2 degli Helloween. Comprandolo a scatola chiusa, solo perché gli piaceva la copertina, il me ragazzino di cui sopra scoprì un nuovo genere musicale: quello che sarebbe poi stato chiamato Power Metal. Di solito si fa risalire la data di nascita del genere all’uscita del primo capitolo della saga delle sette chiavi degli Helloween, ma fu il 1988 che diede il vero impulso grazie anche agli album di Rage (Perfect Man), Running Wild (Port Royal), Manowar (Kings of Metal) e Vicious Rumors (Digital Dictator). I Virgin Steele pubblicarono Age of Consent che però fu un fallimento commerciale. Tra le curiosità legate al Power Metal si segnalano l’esordio dei Blind Guardian (Battallions of Fear), The Daily Horror News dei Risk (una band non priva di senso dell’umorismo) e l’album Exciter degli Exciter. Questi ultimi furono tra i primi a suonare speed metal ed ebbero una influenza non da poco sul Thrash ma si evolsero poi in una direzione più melodica, tanto che nel 1988 il batterista Dan Beehler lasciò il microfono a un nuovo cantante e la band divenne per un breve periodo un quartetto. Fecero parlare di sé anche i Sanctuary con Refuge Denied più però per la presenza di Dave Mustaine come produttore che per  la qualità pur molto buona del disco.

Robert Plant, Now And ZenQuell’anno i Led Zeppelin pubblicarono non uno ma ben due album! Vabbè si fa per dire… ma mentre Jimmy Page cominciava la sua carriera solista con Outrider Robert Plant consolidava la sua posizione con Now and Zen, che avrà anche una produzione di plastica ma a me continua a piacere come quando lo ascoltai per la prima volta. Dopo tre anni gli AC/DC tornarono a pubblicare un vero album (Blow Up Your Video), gli Scorpions fecero uscire Savage Amusement (questo sì invecchiato malissimo) e Ozzy Osbourne con No Rest for the Wicked diede un degno successore a The Ultime Sin. David Lee Roth pubblicò Skyscraper, un lavoro più maturo e per certi versi più serio del precedente Eat ‘em and Smile di un paio d’anni prima, mentre i Van Halen dimostrarono di non avere ancora digerito la dipartita del cantante rispondendo ironicamente al titolo del suo primo disco con OU812. Sempre in ambito Hard Rock gli Hurricane pubblicarono Over the Edge che divenne il loro album più di successo. Negli Hurricane militavano il bassista Tony Cavazo e il chitarrista Robert Sarzo che sono i fratelli piccoli di Carlos Cavazo e Rudy Sarzo, il primo dei quali pubblicò quell’anno QR coi Quiet Riot mentre il secondo aveva ormai lasciato la band da tempo per unirsi ai Whitesnake.

Blue Oyster Cult, ImaginosDopo quasi otto anni vede la luce il progetto Imaginos, uscito a nome Blue Öyster Cult ma in realtà concepito e messo insieme da Albert Bouchard e Sandy Pearlman. Fu così che uno dei migliori album dell’anno, nonché a tutt’oggi l’ultimo prodotto davvero eccezionale dei Blue Öyster Cult, passò quasi inosservato. Anni dopo, quando finalmente lo ascoltai insieme al resto della discografia della band, Imaginos divenne uno dei miei album preferiti di sempre e non nascondo un certo disagio nel notare che sia stato un falimento commerciale proprio nel 1988, quando cioè io ragazzino ogni settimana mi spendevo la paghetta in musica. Se solo avessi comprato questo invece di…

LA GunsDi album brutti ne abbiamo comunque comprato tutti e non è il caso di stilare classifiche in negativo. Ma un flop memorabile merita forse di essere ricordato: Cold Lake dei Celtic Frost. Questa band è famosa per aver influenzato tutto il movimento Black Metal con album come To Mega Therion del 1985 e Into The Pandemonium del 1987 ma nel 1988 se ne uscì con un album Glam! Ovvio tentativo di sfruttare l’onda del successo commerciale del genere che a quel punto degli anni ottanta aveva raggiunto l’apice. Ma non si pensi che la qualità di tutte le uscite Glam fosse per questo mediocre: Long Cold Winter dei Cinderella e Open Up and Say… Ahh! dei Poison furono conferme importanti, Wings of Heaven dei Magnum e Reach for the Sky dei Ratt ennesime prove di gran gusto, e non mancarono un live memorabile (anche se pieno di overdubs) a cura dei Dokken e un debutto di fuoco a cura dei Winger. Per non dimenticare l’omonimo degli L.A. Guns che con i Guns N’ Roses divennero esponenti di punta di un nuovo sottogenere.

Yngwie J Malmsteen - OdysseyPer gli amanti della chitarra, specialmente gli assoli alla Ritchie Blackmore, uscirono due album memorabili: Stand in Line di Impellitteri e Odyssey di Yngwie Malmsteen, non a caso con alla voce Graham Bonnet il primo e Joe Lynn Turner il secondo (entrambi con un passato nei Rainbow di Ritchie Blackmore). L’esordio della Jeff Healey Band introdusse i metallari al blues ma l’album Heavy Metal per virtuosi nel 1988 fu il quasi interamente strumentale Go Off! dei Cacophony, dove Jason Becker e Marty Friedman pubblicarono una serie di assoli così potenti da sconfinare quasi nel Thrash. Lita Ford ottenne il suo definitivo successo solista con l’album Lita e le Vixen pubblicarono il loro album d’esordio, tanto per ricordare che il girl power era già ben presente e radicato nell’Heavy Metal degli anni ottanta. E mi preme di ricordare un altro fenomeno dell’epoca: il Christian Metal, che ebbe negli Stryper il gruppo di riferimento. Quell’anno pubblicarono In God We Trust, forse l’album più debole della loro carriera ma pur sempre quello che me li fece conoscere. E che dire della prima band Heavy Metal di colore? I Living Colour uscirono con Vivid e la nostra musica preferita non fu mai più la stessa!

Megadeth, SoFar So Good... So What?In campo strettamente Thrash fu un anno prolifico: Death Angel, Destruction, Overkill e Testament pubblicarono tutti ottimi nuovi album. I Megadeth pubblicarono So Far, So Good… So What? con una formazione rimaneggiata ma un tiro sempre al massimo (In My darkest Hour rimane fra i miei pezzi preferiti di sempre), gli Slayer regalarono ai fans un’altra perla (South of Heaven) mentre gli Anthrax uscirono invece con un album un po’ sotto tono (State of Euphoria). Ma la vera sorpresa furono i Voivod che se ne uscirono con quel capolavoro che ancora oggi è Dimension Hatröss. Coroner e Mekong Delta pubblicarono i loro rispettivi secondi album (Punishment for Decadence i primi e The Music of Erich Zann i secondi). Alcuni gruppi pubblicarono album fenomenali che però rimasero relativamente sconosciuti, fra questi Anacrusis (Suffering Hour), Blind Illusion (The Sane Asylum) e Deathrow (Deception Ignored). La scena Death Metal si consolidò proprio nel 1988 quando i Death pubblicano Leprosy, l’album che per molti rappresenta l’espressione più pura del genere, e fecero il loro esordio i Bolt Thrower (In Battle There Is No Law!) e i Carcass (Reek of Putrefaction). Per non dimenticare Pestilence, Sadus e Incubus anche loro tutti al primo album. Sempre in ambito estremo si segnala il secondo disco dei Napalm Death: From Enslavement to Obliteration.

Queensryche_-_Operation_Mindcrime_coverDopo la pubblicazione di una mia lettera su H/M cominciai a intrattenere alcune amicizie epostolari. Per i lettori sotto i trent’anni forse conviene spiegare che ci fu un tempo in cui se si volevano scambiare opinioni e formare amicizie con persone relativamente lontane si doveva prendere carta e penna e “scriversi” delle lettere. Ebbene una di queste amicizie mi consigliò caldamente di ascoltare i Queensrÿche, e mi dovette incalzare anche un paio di volte, ma alla fine mi decisi a comprare la cassetta di Operation: Mindcrime a scatola chiusa. Inutile dire che a tutt’oggi considero quell’album come il migliore uscito quell’anno e tra i miei preferiti di tutti i tempi, quindi grazie pen-pal ovunque tu sia oggi! Ricordo anche il secondo album dei Crimson Glory (Transcendence) e il primo album dei King’s X e soprattutto No Exit dei Fates Warning, primo lavoro con alla voce Ray Alder.

DeathSSE la scena Italiana non produsse nulla che meriti essere ricordato? Il mio primo contatto con la scena Italiana avvenne grazie a una cassettina che mi registrò un amico: da un lato The Story of Death SS e dall’altro In Death of Steve Sylvester. Musica che mi diede i brividi per settimane e che rimane forse per questo molto in alto fra le mie preferenze. Ma a proposito di brividi, nulla mi ha mai fatto tanta paura come Them di King Diamond. Quando lo ascoltai ero assolutamente impreparato a quei caratteristici cambi di timbro del cantante e la cosa mi fece tanta soggezione che mi ci vollero mesi per prendere in mano la cassetta per la seconda volta! E poi ci sarebbero altre decine di album da nominare: scoprii i Saxon con Destiny,  i Kingdon Come pubblicarono il loro primo album, i Pantera pubblicarono il primo album con Phil Anselmo… la lista è davvero troppo lunga.

Frank Zappa, Broadway The Hard WayLontano dal metal forse l’evento più importante dell’anno in campo musicale fu l’ultimo tour di Frank Zappa. Ovviamente non si poteva sapere in anticipo che sarebbe stato l’ultimo ma il gruppo di musicisti che lo accompagnava cominciò a litigare e le divergenze divennero così insanabili che gli ultimi concerti dovettero essere cancellati. Successivamente Frank compilò tre album live da registrazioni di quel periodo la prima delle quali, Broadway the Hard Way, uscì già nel 1988.

La lista che segue rappresenta uno spaccato di quanto di meglio uscito nel 1988. Li abbiamo messi in ordine alfabetico e  non ci illudiamo di essere riusciti ad includere tutto. Da parte mia ho voluto raccontare la mia limitata esperienza, il 1988 visto con gli occhi di un ragazzino appena quattordicenne che si affacciava sulla scena metal per la prima volta in vita sua. Guardando questa lista non posso fare a meno di stupirmi nel constatare quanti di questi album ascoltai “in diretta” quello stesso anno, senza internet senza MP3 e senza servizi di streaming ma con l’aiuto di stampa specializzata, fratelli maggiori di compagni di classe e tante ma proprio tante “cassette vuote”!

AC/DC — Blow Up Your Video
Blue Öyster Cult — Imaginos
Cinderella — Long Cold Winter
Coroner — Punishment for decadence
Danzig — Danzig I
Death — Leprosy
Death Angel — Frolic Through the Park
Deathrow — Deception Ignored
Fates Warning — No Exit
Helloween — Keeper of the Seven Keys part 2
Iron Maiden — Seventh Son of a Seventh Son
King Diamond — Them
King’s X — Out of the silent planet
L.A. Guns — LA Guns
Living Colour — Vivid
Malmsteen, Yngwie — Odyssey
Manowar — Kings of Metal
Megadeth — So far, So good, so what?
Metallica — …And Justice For All
Nuclear Assault — Survive
Overkill — Under the Influence
Poison — Open up and say… Ahh!
Queensrÿche — Operation: Mindcrime
Rage — Perfect Man
Riot — Thundersteel
Sieges Even — Life Cycle
Slayer — South of Heaven
Suicidal Tendencies — How will I laugh
Vicious Rumors — Digital Dictator
Voivod — Dimension Hatröss
Winger — Winger

P.S. A scanso di equivoci vorrei precisare che le immagini inserite in questo articolo rappresentano le cassette che comprai quell’anno. Con le sole eccezioni di Imaginos e Broadway The Hard Way, che ho inserito per l’immenso valore affettivo che attribuisco a entrambi.

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The Jeff Healey Band, una retrospettiva

Dal punto di vista metallaro Jeff Healey si colloca nel filone dei virtuosi della chitarra, gente del calibro di Joe Satriani, Tony MacAlpine o anche il primo Yngwie Malmsteen. Tra la fine degli anni ottanta e l’inizio degli anni novanta questi musicisti fecero uscire una riga di album in cui il protagonista principale era l’assolo di chitarra, al punto che molti rinunciarono del tutto ad arruolare un cantante e fecero uscire album strumentali. I lavori più riusciti passarono comunque alla storia del genere, e sono tuttora considerati album importanti, per un unico semplice motivo: il connnubio fra la difficoltà di esecuzione e la facilità dell’ascolto.

Ma la Jeff Healey Band rimane comunque un capitolo a parte, sia perché proponeva comunque sonorità a cavallo tra Blues e Hard Rock sia perché la sensibilità musicale del chitarrista Canadese non fu mai facilmente catalogabile. Cieco fin da piccolo, Jeff suonava la chitarra tenendola appoggiata sulle ginocchia in orizzontale e questo conferiva al suo stile un carattere unico, oltre che rappresentare un tratto saliente della sua immagine.

Il periodo d’oro del gruppo furono i quattro anni tra il 1990 e il 1994, durante i quali realizzarono due album e raggiunsero vette di successo planetario. Jeff Healey era affiancato da Joe Rockman al basso e Tom Stephen alla batteria ma il protagonista assoluto era lui, sia con la chitarra che con la sua voce calda e pulita.

See the Light (1988)L’album di debutto, See The Light del 1988 , fu accolto abbastanza bene dai fan del metallo, aiutato anche da buone recensioni sulla stampa del genere. Personalmente fu la mia prima escursione in territori per così dire alieni, e senza dubbio all’epoca aprì le porte del Blues per molti adolescenti metallari come me. Tra i brani più riusciti segnalo Confidence Man, River of No Return e la ballad Angel Eyes.

Hell To Pay (1990)Il successo vero arrivò con il secondo album, Hell to Pay del 1990, che proponeva sonorità più vicine all’Hard Rock ed aveva per questo più potenziale commerciale. Per i metallari fu l’album della conferma: la Jeff Healey Band sapeva essere pesante! Tra i brani migliori una cover di While My Guitar Gently Weeps dei Beatles da brividi per cui fu realizzato anche un videoclip.

Feel This (1992)Nel 1992 uscì anche Feel This a completare un tris di album memorabile. Questa volta il salto evolutivo fu rappresentato da una produzione molto più patinata, in linea col gusto radiofonico dell’epoca. Purtroppo però nel 1992 certe sonorità cominciavano a passare di moda grazie all’avvento del Grunge e forse per questo l’album non riuscì a ripetere lo stesso risultato di vendite del precedente.

Negli anni successivi la Jeff Healey Band realizzò altri due album, Cover to Cover del 1995 e Get Me Some del 2000, ma a quel punto il grande pubblico non era più interessato. Jeff cominciò così a dedicarsi ad altro: imparò a suonare la tromba e mise insieme una band puramente Jazz, abbandonando completamente l’Hard Rock. Nel 2005 pubblicò l’album dal vivo Live at Montreaux con materiale del 1999, e quello fu l’ultimo capitolo per la Band.

Jeff Healey è morto nel Marzo del 2008 all’età di 41 anni a causa di un tumore. La moglie ne porta tutt’ora avanti il ricordo, gestendo il blog ufficiale, dove si trovano anche registrazioni video di concerti memorabili come ad esempio una apparizione al Pistoia Blues Festival del 1990 al fianco di BB King e Edoardo Bennato.

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