Archivi categoria: Band

VIRGIN STEELE – 35 anni di romanticismo barbarico!

Virgin Steele logo

David De Feis e Edward Pursino

David DeFeis e Edward Pursino

Fra la seconda metà degli anni ’70 e l’inizio degli ’80, la scena musicale dei sobborghi di New York si fa viva della presenza di nuove band hard rock ed heavy metal nate, in buona parte, fra le comunità dei figli e nipoti di immigrati sud-europei ed ispanici. Nomi come Manowar, Twisted Sister, Riot, Foreigner, i Fandango di Joe Lynn Turner ed altri ancora appartengono, chi più chi meno, a questa categoria. E vi appartengono sicuramente anche quei Virgin Steele creati nel 1981 dal chitarrista di origine francese Jack Starr, e poi guidati per tutta la carriera dal carismatico e spiritato cantante e tastierista David DeFeis (dalle radici italiane e francesi), una band capace di contribuire a scrivere il manuale dell’heavy metal epico e di quello sinfonico, per alcuni dei picchi più alti raggiunti dal genere

Starr, O'Reilly, DeFeis, Ayvazian

Starr, O’Reilly, DeFeis, Ayvazian

La formazione originale dei Virgin Steele, oltre che da Starr (chitarra) e DeFeis (voce e tastiere) è composta dal batterista Joey Ayvazian e dal bassista Joe O’Reilly. Come molte band americane dell’epoca, il quartetto cattura dapprima l’attenzione del solito Mike Varney, che pubblica la loro Children Of The Storm sulla raccolta U.S. Metal Volume II. La spettacolare qualità del brano dimostra già come i Virgin Steele siano pronti al debutto discografico.

VIRGIN STEELE (1982)
Virgin Steele IL’album di esordio esce autoprodotto nel 1982, per essere poi distribuito in Europa l’anno dopo da Music For Nations. Il disco è un valido lavoro di metallo urbano americano, molto vicino ai primi Riot e con influenze che vanno dai Led Zeppelin ai Grand Funk passando per i Judas Priest. Starr, con il suo spettacolare chitarrismo torrido e viscerale, è ancora il punto focale della band, mentre DeFeis, pur appartenendo già alla categoria delle ugole strepitose in un piccolo corpo, è ancora acerbo vocalmente e tende a strafare sugli acuti. L’album, nonostante un songwriting lontano dall’essere maturo e una produzione scarsa (di fatto è una raccolta di demo), si fa apprezzare per la rozza energia, per gli assoli spettacolari e la carica dei riff: American Girl, la sleazy Living In Sin e la power ballad Still In Love sono sicuramente fra le cose migliori. Oltre alle strumentali Minuet in G Minor e Lothlorien, in cui DeFeis inizia a mettere in campo le sue intenzioni sinfoniche e pianistiche, due pezzi in particolare cominciano però a mostrarci i Virgin Steele più epici e sontuosi: si tratta del brano autointitolato e, soprattutto, della già citata Children Of The Storm. Quest’ultima è una spettacolare cavalcata metallica venata di toni sinfonici, ed è il primo vero grande classico della band.
Fra le bonus track della ristampa in CD si segnala poi in particolare la progressiva The Lesson, in cui David si ritaglia uno spazio importante alle tastiere.
Virgin Steele è sicuramente uno di quei vinili che hanno lasciato il segno fra gli appassionati di culto della primordiale scena U.S. Metal (fra gli altri, Queensrÿche e Metallica, fra i primi fan del quartetto), ma, nonostante le rimostranze dei duri e puri che preferiscono questa prima, più chitarristica, incarnazione della band, il meglio dovrà sicuramente ancora venire.


GUARDIANS OF THE FLAME (1983)
Guardians of the FlameIl secondo album rappresenta una chiara evoluzione rispetto al debutto, in una direzione più vicina al power metal americano. L’opener Don’t Say Goodbye (Tonight) è un nuovo classico, una cavalcata di heavy metal melodico a stelle e strisce che si stampa subito in testa. Brani come la cupa Burn The Sun, la priestiana Life Of Crime e la veloce Metal City ci mostrano il lato più tagliente e duro della band, ma appare subito evidente una dicotomia fra pezzi come questi, che portano la firma del solo Starr, e quelli che invece che vedono DeFeis impegnato come autore o co-autore, canzoni che invece hanno un taglio più epico o melodico. Oltre al pezzo d’apertura nominato in precedenza, spiccano fra questi la titletrack (dal ritornello magniloquente) e, soprattutto, la possente The Redeemer, brano massiccio e sontuoso che ci riporta in maniera indubbia ai Rainbow del periodo Dio, rivisitati in chiave metallica e sferragliante. Indubbiamente il punto più alto dell’album, e uno dei più alti della carriera della band. Il disco (che si conclude con la bella ballata pianistica A Cry In The Night) viene, dopo pochi mesi, seguito da un EP (Wait For The Night) scritto quasi interamente da Starr, che rappresenterà il canto del cigno dei Virgin Steele originali. Starr vuole infatti insistere su un sound puramente metallico e chitarristico, mentre DeFeis cerca un evoluzione verso uno stile più complesso ed elegante e non tollera più le scelte compositive di quello che, fino a quel momento, era stato il leader del gruppo. La separazione è inevitabile, e O’Reilly e Ayvazian scelgono di abbandonare il fondatore della band per mettersi dalla parte del’ambizioso cantante dagli occhi spiritati. Per alcuni fan della prima ora, e per gli oltranzisti del metallo più puro, la separazione da Starr rappresenta la fine dei Virgin Steele, per tutti gli altri è il momento in cui il gruppo inizierà il percorso verso le sue vette più alte. Indubitabile, comunque la si pensi, che Guardians Of The Flame sia un gran bel disco.


NOBLE SAVAGE (1985)
NOBLE SavageNon senza qualche problema giudiziario relativo a una querelle sull’uso del nome con Starr, i Virgin Steele riescono a ripartire nel 1985. Alla chitarra c’è ora Edward Pursino, musicista delizioso dotato di uno stile più elegante e misurato del suo precedessore, ma comunque capace di concepire grandi riff ed assoli, nonché più disposto a mettersi in secondo piano dal punto di vista compositivo. Il devastante pezzo di apertura We Rule The Night è un classicissimo, con un DeFeis davvero magistrale dal punto di vista vocale: David, su questo album, ha ormai il pieno controllo della propria voce, ed è in grado di passare con facilità da ruggiti leoneschi a falsetti angelici (di cui tende ancora ad abusare). L’album svaria fra sontuosi pezzi epici (la title track, Thy Kingdom Come, una The Angel Of Light rubacchiata ad Alice Cooper), rocciosissimi pezzi heavy metal (Fight Tooth Nail, I’m On Fire) e tentativi di arena rock (Rock Me, Don’t Close Your Eyes) e,  pur non invecchiato benissimo, resta comunque un caposaldo assoluto del metal venato di epicità degli anni ’80, ponendo le basi fondamentali per il sound definitivo della band.

Virgin Steele Mk II

Virgin Steele Mk II

AGE OF CONSENT (1988)
VS AoCDopo tour importanti che sono costati alla band decisi investimenti (per pagare alcuni debiti, DeFeis e Pursino suonano e producono in semi-incognito diversi album della cosiddetta scena “metalxplotation”, per conto di band vere o finte quali Exorcist, Piledriver and Original Sin), i Virgin Steele si sentono finalmente pronti a fare il salto definitivo verso una fama maggiore: dedicano così diversi mesi a incidere il successore di Noble Savage, sicuri che la congiuntura sia quella giusta. Le cose, però, vanno nel peggiore dei modi: la casa discografica prima interferisce sulla scelta dei brani, mettendo quelli più commerciali nella facciata A del vinile, poi, per problemi finanziari, assicura solo una distribuzione minima e zero promozione al disco. Per i Virgin Steele sarà una botta considerevole, una crisi che metterà in discussione l’esistenza stessa della band. Per la ristampa di nove anni, dopo DeFeis stravolgerà la scaletta, scegliendo un ordine a lui più gradito e aggiungendo sei brani che scrolleranno dal disco la patina commerciale per enfatizzare la sua anima più epica e romantica. In entrambe le versioni, Age Of Consent resta comunque notevole, ma è sicuramente la riedizione ad essere più efficace e riuscita, ed è a questa che ci riferiremo. The Burning Of Rome è semplicemete uno dei brani più grandi della storia dell’heavy metal, una bordata epica incentrata su quello che diventerà uno dei temi più cari all’estetica romantica del cantante: Amore e Morte. Lion In The Winter, Let It Roar, Chains Of Fire e On The Wings Of The Night rafforzano l’anima metallica e sontuosa della band. Fra i brani aggiunti a posteriori spiccano l’intensissima power ballad Perfect Mansions (Mountains Of The Sun), anch’essa incentrata sul tema “amore e morte”, e una splendida rivisitazione di Desert Plains dei Judas Priest. I pezzi più commerciali tendono ad apparire fuori contesto nella versione rivista, ma la viziosa Seventeen e la ballad Tragedy sono sicuramente ottime composizioni nel loro genere.


LIFE AMONG THE RUINS (1993)
LATRCi vogliono ben cinque anni ai Virgin Steele per riprendersi dal disastro di Age Of Consent: nel frattempo DeFeis ha avuto modo di completare i propri studi classici, mentre dobbiamo prendere nota di un cambio al basso, con O’Reilly (che già non aveva suonato sul disco precedente, “coperto” da DeFeis e Pursino) rimpiazzato prima Teddy Cook e poi da Rob De Martino, entrambi più bravi del membro fondatore. Mentre la stragrande maggioranza dei fan si aspetta che il quartetto torni a sviluppare quei temi epici per cui si era conquistato il ruolo di adorata cult band, riallacciandosi allo stile di canzoni come The Burning Of Rome e Noble Savage, i Virgin Steele decidono di scontentare tutti e uscire con un album di puro hard rock di stampo blues, influenzato da Whitesnake, Aerosmith e compagnia. Una scelta doppiamente suicida, se pensiamo che, nel frattempo, è esploso il ciclone grunge, e questo genere non può più avere alcuna speranza di successo commerciale. La cosa veramente clamorosa, in tutto questo, è che il disco è assolutamente notevole: David è credibilissimo nel ruolo, affrontato con personalità e una voce stellare, di alter ego di Coverdale e Tyler, mentre il suo songwriting riesce ora ad affrontare questo tipo di brani senza risultare stereotipato; al tempo stesso Pursino ci regala delle gemme di assoli e riff massicci e pieni di groove, con la band che suona compatta e grintosa. Pezzi trascinanti e sensuali come Sex Religion Machine e I Dress In Black (Woman With No Shadow), assieme a ballad come Never Believed In Goodbye o Wildfire Woman contribuiscono alla riuscita di un album che, fosse uscito pochi anni prima, avrebbe conquistato (con un minimo di promozione adeguata) le classifiche di mezzo mondo. Chiaramente, però, Life Among The Ruins è anche un album che non può essere apprezzato dai fan dell’epic metal duro e puro, che non si dovranno comunque preoccupare: DeFeis sta già preparando la sua opera più ambiziosa, e c’è solo da aspettare.

Con De Martino

Con De Martino

THE MARRIAGE OF HEAVEN AND HELL PART I & II (1994-1995)
themarriage1Quando parte il riff sferragliante di I Will Come For You, seguito dalla voce calda e leonesca di DeFeis, tutti i dubbi sono immediatamente spazzati via: i Virgin Steele sono tornati a fare quello che ci si aspetta da loro. Uscita in due parti, The Marriage Of Heaven And Hell, è la vera e propria magnum opus della band, una sinfonia romantica in cui class ed epic metal si fondono all’insegna di un sound sontuoso, arioso, grintoso e magniloquente, figlio diretto dei brani più apprezzati della band. L’approccio sinfonico è dato dal ritornare di temi musicali, da improvvise aperture inattese e dalla visione d’insieme di un concept mitologico apparentemente vago (la storia proibita di due amanti che si reincarnano attraverso i secoli, perseguitati dalla furia delle divinità), che definisce però appieno l’essenza romantica dei Virgin Steele. Tutto funziona alla perfezione: la chitarra di Pursino è una gioia per le orecchie, David ruggisce e ammalia con la sua voce multiforme e la produzione rende finalmente giustizia al suono della band. Nel mezzo delle registrazioni della seconda parte del concept, i Virgin Steele riescono persino ad assorbire il colpo del cambio di batterista, con il membro fondatore Joey Ayvazian che viene rimpiazzato dal più metallico Frank Gilchriest. È davvero difficile trovare dei brani che si staglino rispetto al resto di un doppio album fantastico, ma il duo composto dalla complessa Prometheus The Fallen One (che deve qualcosa ad Achilles’ Last Stand dei Led Zeppelin) e dalla drammatica Emalaith (ancora una volta incentrata su Amore e Morte) riesce ad essere persino superiore al resto.


INVICTUS (1998)
invictusNonostante due ore e mezza di musica (e più, se pensiamo che The Burning Of Rome viene ora considerata il preludio dell’opera) DeFeis ritiene che la storia di Endyamon ed Emalaith non possa ancora ritenersi conclusa: ecco che quindi arrivare, con Invictus, il terzo capitolo della saga del Matrimonio di Paradiso e Inferno. Nei cinque anni dal ritorno della band, all’epoca di Life Among The Ruins, molte cose sono cambiate: mentre negli USA continua a farsi sentire l’impatto della scena grunge, in Europa è in corso una vera e propria rinascita dell’heavy metal classico nelle sue forme più maestose ed epiche, sostenuto da tutta una generazione di giovani appassionati. I Virgin Steele, che con il concept sono riusciti a costruirsi una nuova credibilità, sono pronti a conquistare un posto d’onore fra i ragazzini che impazziscono per Manowar e Blind Guardian, puntando al massimo sulla metallizzazione ed esasperazione dell’epicità del proprio stile: la band inietta nel proprio sound forti dosi dei suddetti Manowar (esperimento già tentato con successo nel secondo Marriage, con una Symphony Of Steele che richiamava Wheels Of Fire) e di power metal europeo. Persino lo stile vocale del cantante si avvicina parecchio a quello del suo connazionale Eric Adams, mentre Gilchriest ricorre ad un utilizzo massiccio della doppia cassa e la produzione si fa più distorta e violenta. Quello che si guadagna in compattezza e aggressività viene però perso in termini di ariosità e ricchezza del sound: Invictus sarà un disco che dividerà i fan, con molti dei vecchi delusi da un lavoro troppo monolitico, adorato però da molti defender oltranzisti e dalla nuova generazione di appassionati. Per DeFeis, comunque, la scommessa è sicuramente vinta, dato che Invictus è l’album più venduto della storia dei Virgin Steele. Musicalmente, l’album contiene molti momenti validi, seppure a volte soffocati all’interno di soluzioni e scelte forzate. Se la title track, di per sé esaltante, avrebbe sicuramente beneficiato di un cantato meno stressato, pezzi come Sword Of The Gods e Defiance (con il preludio Vow Of Honour) hanno sicuramente più di un perché. A mettere d’accordo tutti ci pensa, senza ombra di dubbio, l’epica conclusiva della lunga Veni, Vidi, Vici, brano capolavoro di devastante teatralità metallica che rappresenta il perfetto suggello del concept. Quello che è sicuro è che si può pensare quello che si vuole di Invictus, ma resta un fatto: con questo l’album sarà l’ultima volta che i Virgin Steele suoneranno come una band.

Gilchriest, De Feis, Pursino

Gilchriest, DeFeis, Pursino

HOUSE OF ATREUS ACT I & II (1999-2000)
AtreusCompletamente assorbito dal fuoco sacro della composizione, DeFeis si lancia immediatamente nella sua fatica successiva, un adattamento musicale dell’Orestea di Eschilo. L’obiettivo è di arrivare ad una rappresentazione teatrale (cosa che avverrà in Germania), ma anche di realizzare l’opera metal definitiva. Per avere il totale controllo artistico, per non essere vincolato dai limiti temporali degli studi di registrazione e forse anche per limitare i costi, il compositore decide di registrare tutto in casa propria. La scelta è abbastanza sciagurata: Gilchriest viene costretto a incidere le parti di batteria su un kit elettronico di bassa qualità, per un discutibile risultato sintetico; anche i riff di chitarrra di Pursino suonano ora digitali e freddi; mentre il bassista non c’è proprio, dato che De Martino se ne è andato, lasciando un vuoto che Edward e le tastiere non riescono a coprire. DeFeis ormai non ha più freni: se mai ci fosse ancora alcuna dubbio, qui si capisce che i Virgin Steele intesi come band non esistono più. Il processo compositivo è quasi completamente tastieristico, mentre chitarra ritmica e batteria sono ora per lo più un tappeto privo di groove che si limita ad accompagnare i brani, piuttosto che farne parte integrante. House Of Atreus esce in due parti (su tre CD) fra 1999 e 2000, per oltre due ore quaranta minuti di durata (e anche di più se aggiungiamo l’EP di intermezzo Magick Fire Music) infarcite di passaggi strumentali pianistici e parti semi-recitate. Un disastro senza capo nè coda? Tutt’altro: se si è disposti a passare sopra ai problemi di una produzione che stanca in fretta e se si ha la forza e la voglia di dedicarsi all’ascolto certamente non facile di un’opera che non si può non definire prolissa, The House Of Atreus si rivela un lavoro di una bellezza quasi disarmante. Quel respiro ampio  che mancava in Invictus torna a farla da padrone, le melodie hanno spesso dell’incredibile, DeFeis fa letteralmente ciò che vuole con la voce (interpretando alla perfezione sia i personaggi maschili che quelli femminili), Pursino regala altre delizie solistiche. Alla fine è difficile non restare folgorati dalla magia di pezzi come le dure Kingdom Of The FearlessWings Of Vengeance e Resurrection Day, o le sontuose Gate Of Kings (peraltro più bella nella versione acustica dell’EP), Moira e Child Of Desolation. Una nota particolare: quando emergono prepotemente alcuni temi musicali del concept precedente, viene svelata la sorpresa lasciata in serbo da DeFeis: la sua Orestea si inserisce nell’ambito della saga del Matrimonio, con Elettra a rappresentare una delle tante reincarnazioni di Emalaith… una scelta che, come immaginabile, dividerà le opinioni di chi parlerà di riciclaggio di idee (accuse rafforzate dalla riproposizione di brani incisi con Piledriver ed Exorcist, riadattati al concept) e di chi apprezzerà la bravura nel riproporre a sorpresa temi cari. House Of Atreus resta sicuramente un’opera controversa: a giudizio di chi scrive, bisogna davvero trovare la voglia di ascoltarla… ma, quando la si trova, si viene certamente ripagati!

HYMNS TO VICTORY/THE BOOK OF BURNING (2002)
VictoryburningIl prossimo passo nella carriera dei Virgin Steele non è un album di inediti, ma una doppia raccolta che esplora tutta la carriera della band in occasione del ventennale dal debutto. Hymns To Victory contiene soprattutto brani del periodo Pursino, con un’ottima scelta che include molti dei classici più famosi. Alcuni dei brani sono remixati o presentano nuove parti, ma non sempre il risultato è riuscito, come evidenziato dall’orribile doppia cassa sintetica in Crown Of Glory (Unscarred). Ci sono un paio di inediti, come l’acustica Mists Of Avalon e una Saturday Night che, col suo stile alla Kiss, stona completamente rispetto a tutto il resto (pur essendo, di per sè, un brano più che valido). Decisamente più interessante l’altra raccolta, incentrata su nuove versioni di brani dell’epoca Starr: all’epoca dell’uscita di The Book Of Burning DeFeis non era ancora riuscito a negoziare la ristampa dei primi due album (ci riuscirà poco dopo), e quindi questa era la prima occasione per ascoltare su CD grandi classici come Children Of The Storm, Don’t Say Goodbye (Tonight), The Redeemer, Guardians Of The Flame e A Cry In The Night (rifatta in una meravigliosa versione acustica). I rifacimenti sono rivisti alla luce delle più recenti scelte stilistiche (cosa che tende a togliere dinamismo ai brani) ma godono anche di un’interpretazione vocale ai massimi livelli di maturità ed espressività. Ci sono anche pezzi nuovi, scarti elaborati, e persino due nuovi brani a firma DeFeis / Starr, scritti nel 1997 in un tentativo di riavvicinamento fra i due (ma comunque suonati da Pursino come tutti gli altri di questa raccolta): spiccherebbe Hellfire Woman se non fosse per la solita, discutibile, batteria. Infine, una nota sulla formazione: da qualche anno si è unito alla band il giovane polistrumentista Joshua Block, generalmente impiegato dal vivo come bassista e in qualche sciagurato tour come secondo chitarrista, lasciando il ruolo scoperto; non ci è dato sapere, però, quanto effettivamente venga utilizzato in studio.

Pursino, Gilchriest, De Feis, Block

Pursino, Gilchriest, DeFeis, Block

VISIONS OF HEAVEN (2006)
VisionsDeFeis è sempre senza freni, ma ora comincia ad essere a corto anche di ispirazione. Quando esce Vision Of Heaven cadono in maniera decisa molte delle certezze che ancora circondavano i Virgin Steele. L’album, composto da undici lunghi(ssimi) brani finisce per risultare in fretta non solo difficile, ma semplicemente noioso. Buona parte dei brani si può riassumere come un tappeto ritmico di chitarra e doppia cassa su cui DeFeis canta e suona le tastiere, accompagnato da assoli suoi e di Pursino. Alcune melodie forti riescono a farsi valere, ma l’approccio sinfonico è molto più didascalico che in passato. Quando poi si riciclano del passato (vedi la strofa di Black Light On Black, identica a quella di Kingdom Of The Fearless) non c’è neanche più la giustificazione del concept unico a reggere. Se infine aggiungiamo che anche la voce comincia a mostrare segni di cedimento, con gli acuti in falsetto che iniziano ad apparire deboli e strozzati, ecco che il senso di tristezza comincia a prevalere. Non è tutto da buttare, sia chiaro: ci sono idee melodiche davvero meritevoli (un brano come God Above God riesce comunque ad avere del meraviglioso), e il compositore cerca di fare sì che il suo disco abbia un’identità propria nella discografia della band… ma, alla fine, prevale solo la noia. A complicarsi ulteriormente la vita, De Feis decide di mandare alla stampa un CD promozionale con un orribile mix provvisorio, cosa che contribuirà ad aumentare ulteriormente la quantità di stroncature: quando si dice “avere bisogno di un manager e un produttore che ti tengano a bada…”

THE BLACK LIGHT BACCANALIA (2010)
bacchanaliaIl nuovo disco è un altro lavoro prolisso e senza freni. I testi, continuano il discorso già intrapreso in Visions Of Heaven: un misto di mitologia e filosofia gnostica, ma sempre con un sano spirito heavy metal… e sono sicuramente la cosa migliore dell’album. Musicalmente siamo di fronte ad un disco decisamente più dinamico rispetto al precedente, e l’ascolto ne guadagna decisamente. In compenso crolla ulteriormente la performance vocale: DeFeis è sempre meraviglioso quando vuole e canta in maniera rilassata, ma i suoi acuti sono ormai spesso deboli ed irritanti; il cantante tende pure ad abusarne, esasperando anche quegli urletti e piccoli “ruggiti” che sono da tempo parte del suo stile, e che ora suonano più stucchevoli che mai. Il vecchio leone comincia ormai a suonare come uno stanco gattino lagnoso; una tendenza, questa, che si porterà anche dal vivo, dove distruggerà molti vecchi classici con dei falsetti davvero fastidiosi. E pensare che i concerti dei Virgin Steele erano sempre una grande esperienza! Difficile dire se siamo di fronte ad un passo avanti rispetto a Vision Of Heaven, ma resta la sensazione che con una batteria vera, uno studio di registrazione, e un produttore serio che tagli tutto ciò che è di troppo e dica a David come NON cantare, The Black Light Baccanalia avrebbe potuto essere un bel disco. Invece abbiamo una serie di brani dal gran potenziale – come la titletrack, By The Hammer Of Zeus (And The Wrecking Ball Of Thor) e la melodica Eternal Regret – espresso, però, in maniera maldestra e noiosa.

NOCTURNES OF HELLFIRE & DAMNATION (2015)
NocturnesPer il nuovo disco, DeFeis decide di non volere più far finta di avere bisogno di un batterista, e dice al povero Frank Gilchriest che userà una drum machine. Frank,  che già nell’ultimo periodo era molto sottoutilizzato (David trova più redditizio fare concerti acustici, durante i quali può massacrare i classici miagolando accompagnato da piano e chitarra), dice grazie e a non rivederci. Il nuovo album è fondamentalmente un riassunto degli ultimi anni della band: per qualche motivo, forse perché Pursino sembra piu coinvolto che in passato, il disco risulta piuttosto digeribile, nonostante un DeFeis spesso davvero irritante nel cantato. Restano però anche tutti i difetti dell’ultimo periodo, prolissità e produzione in primis. La bluesy Demolition Queen, quasi un ritorno a Life Among The Ruins, è una delle cose migliori del disco, così come l’opener Lucifer’s Hammer. Discutibili, invece, i due ripescaggi degli Exorcist, perché senza lo spirito becero e cazzone con cui i brani erano stati incise originariamenti diventano terribilmente noiosi. Siamo alla fine per ora, ma non dobbiamo preoccuparci: DeFeis ha già detto di avere altri tre album pronti. Qualcuno gli dica qualcosa!


APPENDICE: EXORCIST
NIGHTMARE THEATER (1986)

ExorcistCome spiegato precedentemente, problemi finanziari costrinsero negli anni ’80 DeFeis e Pursino ad accettare lavori in semi-incognito, per riuscire a pagare i debiti dei Virgin Steele. Il fenomeno della metalxplotation fu quello che vide la pubblicazione di album registrati a budget zero da band spesso fittizie per sfruttare le mode del momento. Gli Exorcist erano stati assemblati come band thrash metal, con DeFeis e Pursino a scrivere tutto il materiale e David stesso alla produzione. Al momento di andare in studio, però, la band si sfaldò, e i due furono costretti a registrare, in soli tre giorni, l’intero album con il batterista Mark Edwards. Il disco è un lavoro decisamente figo di validissimo thrash orrorifico, anche inquadrabile come proto-black metal: DeFeis canta come un incrocio fra Chronos e Lemmy e si cimenta in testi becerissimi di stampo satanista, mentre il chitarrista tira fuori riff serratissimi e assoli sporchissimi, con risultati magistrali. Pezzi come Black Mass, Possessed, Queen Of The Dead e Lucifer’s Lament sono dei classici minori del genere. Alcuni brani di questo album sono poi finiti, in forma più o meno riadattata, su diversi album della band madre, ma, in verità, l’esperimento è riuscito solo su The House Of Atreus. Nel complesso, un disco decisamente valido e speciale, anche se distante da quello che ci si aspetta da DeFeis e Pursino!


4 commenti

Archiviato in Biografie, class metal, David De Feis, Edward Pursino, Epic Metal, Exorcist, Hard rock, Heavy Metal, Mike Varney, New York, Power Metal, Power Metal Americano, Stargazer.it, Thrash metal

SAXON + Mikkey Dee and Phil Campbell (MOTÖRHEAD)

Klippan (Svezia) – Ljungbyhed Raceway – 24 settembre 2016
Phil Campbell

Phil Campbell

Doveva essere la sera della celebrazione, e sicuramente lo è stata, ma è innegabile che, per molti fan, sia rimasto anche un retrogusto da occasione sprecata. Il problema innegabile è stato inserire quello che doveva essere un evento (Mikkey Dee e Phil Campbell che tornano a suonare assieme pezzi dei Motörhead) non in un concerto vero e proprio, ma come elemento aggiuntivo per riempire i ritagli di tempo nel contesto avulso di una serie di gare automobilistiche, per una competizione chiamata Lemmy 500. I Saxon iniziano a suonare alle 20, e sono i soliti Saxon: una macchina da Heavy Metal, capace di impressionare sia con i brani recenti (l’opener Battering Ram, Sacrifice, I’ve Got to Rock (To Stay Alive)) che con alcuni dei loro classici più grandi (Motorcycle Man, 747 (Strangers In The Night) e 20,000 ft fra le altre). Ancora una volta, Biff si dimostra disponibilissimo a stravolgere la scaletta in base alle richieste dei fan, ed ecco The Eagle Has Landed inserita nonostante la paura di sforare oltre il tempo assegnato. E proprio il tempo assegnato si rivela essere il vero problema della serata: alla fine la band avrà a disposizione solo un’ora, e quando Denim and Leather e Princess Of The Night chiudono il set ci si accorge che mancano all’appello troppi classici, da una Crusader ad una Wheels Of Steel passando per una Strong Arm Of The Law. Viene da consolarsi con “adesso tocca all’omaggio ai Motörhead”, ma nulla da fare: ci tocca aspettare 90 minuti, perché ci sono delle altre gare da svolgere. Noi che attendiamo la band non possiamo fare altro che “goderci” il discreto freddo di una notte svedese di inizio autunno. A completare la beffa, ci dobbiamo anche sorbire la premiazione dei vincitori e, nella prima fila, essere innaffiati dal loro ***** di champagne.

L'assalto frontale dei Saxon

L’assalto frontale dei Saxon

Sono circa le 22:45 quando, finalmente, inizia l’atteso evento: con Mikkey (che già aveva partecipato alla premiazione) e Phil salgono sul palco Biff, Doug Scarrat e Nibbs Carter, e sui colpi di batteria di Born To Raise Hell si scatena il delirio. Ovviamente manca Lemmy, ma siamo qui per goderci le cover e, fortunatamente, non sale il magone. Biff se la cava perfettamente alla voce, mentre Carter è un signor bassista ma non ha la presenza sonora per rendere giustizia ai pezzi dei Motörhead: ce ne accorgiamo perfettamente quando parte, moscia e quasi irriconoscibile, l’introduzione di Ace Of Spades. Ace Of Spades? Già, ed ecco che qui cominciamo a preoccuparci: se questa è la seconda canzone di un evento in cui si dovevano suonare i “greatest hits” dei Motörhead, capiamo che siamo già alla fine della serata. C’è tempo giusto per una versione accorciata di Overkill, con solo un “reprise” della parte finale e senza neanche l’apocalisse sonora del basso sovraccarico: non è la stessa cosa. È tempo dei saluti, e quello che doveva essere un evento si è risolto in una mini comparsata da pochi minuti. Phil Campbell, maglietta di Lemmy addosso, lascia il palco per ultimo, commosso ed emozionato: se Mikkey adesso ha un nuovo lavoro, come batterista degli Scorpions, il futuro del vecchio “Wizzö” è ancora incerto: chissà che non ci stia pensando, a riproporre questo tributo in maniera più adeguata.

L'ora dei saluti

L’ora dei saluti

Lascia un commento

Archiviato in Biff Byford, Lemmy, Mikkey Dee, Motörhead, Phil Campbell, Saxon, Stargazer.it

BLACK STAR RIDERS – The Killer Instinct (2015)

BlackstarridersthekillerinstinctScott Gorham è stato una sorta di capitano in seconda dei Thin Lizzy. E’ pure un uomo serio, rispettoso al punto di non usarne il nome. Umanamente, non possiamo volergli male, ma nemmeno perdonargli il fatto che i suoi Black Star Riders abbiano già pubblicato due fiaschi su due. Tutti i particolari del Lizzy-sound sono lì, lucidati ed esposti in una camera stagna dalle pareti trasparenti. Come dire che c’è la vena del cantastorie à la Bob Seger, l’epica protometal, l’influenza folk, quella southern (quelle soul e funk, complice la voce di Warwick e una ritmica troppo quadrata, mancano del tutto), ma ci sono perché ci devono essere, senza che l’amalgama vada oltre una ripetizione meccanica dell’immagine mentale cristallizzata nelle menti dei rocker di tutto il mondo. Nemmeno paragonati alla media delle uscite in giro i Black Star Riders riescono a rimediare una bella figura, perché sembrano una band tedesca buona per un palco secondario del Wacken. Phil Lynott è morto e i Thin Lizzy con lui. Un’action figure, perché questo sono i Black Star Riders, non potrà mai essere all’altezza. Complimenti.

Lascia un commento

Archiviato in Black Star Riders, Hard rock, Recensioni, Stargazer.it

MASTODON@Fabrique, Milano, 10/12/2014

mastodon

Il Fabrique è un nuovo locale di Milano destinato ad accogliere eventi musicali e mondani di vario tipo. Ricavato da un ex impianto tessile, vanta un’acustica niente male e sconta la presenza di un paio di colonne portanti che, certamente, non aiutano la visuale. Sia come sia, è proprio il Fabrique ad ospitare la calata milanese dei Mastodon, accompagnati da Krokodil e Big Business. Sono proprio i Krokodil ad aprire la serata: formati da membri di Sikth e Gallows, i sei inglesi picchiano come disgraziati ripercorrendo un po’ la scia di sottovalutate formazioni hardcore connazionali degli anni ’00 – Earthtone9 (da cui mutuano pure certe aperture melodiche), Raging Speedhorn, Medulla Nocte. Compattissimi e poderosi, sono un gruppo da tenere d’occhio. I Big Business sono invece un duo che fa casino per dieci. Un bassista/cantante e un batterista, un groove inarrestabile e una presa immediata, come se i Melvins venissero centrifugati dai Lightning Bolt. Decisamente da tenere d’occhio! E infine, i Mastodon. Puntuali alle dieci e mezzo, i quattro di Atlanta attaccano subito con Thread Lightly, Once More ‘Round The Sun e Blasteroids: il suono è ottimo, la presenza scenica ruvida e hardcore. Le canzoni infatti si susseguono senza pause nè discorsi, giusto Troy Sanders prova ad interagire un minimo col pubblico. Possiamo notare una cosa: se Sanders, vocalmente, se la cava bene come sempre, Brent e Brann sono davvero migliorati. Finalmente l’alternanza vocale, dal vivo, funziona bene come su disco, e lo testimoniano ottime esecuzioni di brani come Oblivion, Divinations o Black Tongue. Gli estratti dall’ultimo album la fanno da padrone, ma è bello vedere come la scaletta nel suo insieme mostri un suono che si è evoluto rimanendo sempre coerente con sè stesso negli assunti di base. Acclamatissime Megalodon (con relativo pogo spaccaossa all’altezza dell’accelerazione centrale) e, ovviamente, Blood And Thunder col suo riff memorabile. Bello sentire il pubblico intonare “Hey ho, let’s fuckin’ go” durante Aunt Lisa, fantastica Ol’ Nessie con le sue atmosfere fra Neurosis e Lynyrd Skynyrd, e tanto di cappello per una mostruosa, intensissima Bladecatcher. Dopo un’ora e venti il concerto finisce e solo Brann Dailor si intrattiene un attimo a salutare e ringraziare. Un’ultima considerazione: il Fabrique era pieno a metà. Un mese prima i Machine Head hanno fatto appena ottocento spettatori. Gli Epica invece, nello stesso periodo, il tutto esaurito. E da giorni. Il metal che piace in Italia è quello epico/melodico/sinfonico. Tutto il resto si becca le briciole.

Lascia un commento

Archiviato in Eventi, Heavy Metal, Mastodon, Stargazer.it

TEN – Albion (2014)

TenalbumalbionSono vent’anni che i Ten ci deliziano col loro personale approccio al metal melodico: un incrocio fra gli Iron Maiden e l’Hard Rock anni ottanta (su tutti i Whitesnake di 1987) che ha toccato l’apice nel 1999 con l’album Spellbound. Diciamo subito che dal punto di vista puramente metallaro il nuovo Albion non è e non può essere alla stessa altezza di quello: sono passati quindici anni e la vena melodica di Gary Hughes ha ormai preso il sopravvento sull’irruenza. Il paragone comunque non è fuori luogo se si considera che Albion è forse l’album più pesante dei Ten dai tempi proprio di Spellbound, e se non è proprio Power Metal almeno ci va più vicino di entrambi i lavori precedenti.

L’annuncio dell’inserimento di un terzo chitarrista aveva fatto salire le mie aspettative alle stelle, ma va detto ad onor del vero che la band aveva anche specificato che l’intento era di dare più spessore alla dimensione live. Detto questo gli assoli su Albion sono spesso più ricchi di sfumature che in passato, e quando si lanciano nel virtuosismo (A Smuggler’s Tale, It Ends This Way) non lasciano dubbi sulle loro radici Heavy Metal.

Il brano migliore è senza ombra di dubbio quello che dà il titolo all’album: Albion Born. Una ballata epica sulle origini di Albione (oggi chiamata Inghilterra) che seduce l’ascoltatore con un ritornello cantabile e un ritmo incalzante.

Il brano più debole è Gioco D’Amore, in cui solo il ritornello è cantato in Italiano. Per fortuna aggiungo io perché a parte l’accento agghiacciante di Gary Hughes le parti in Italiano sono quasi prive di significato. Il tentativo comunque non è del tutto da buttare: il contrasto melodico fra le due lingue è ben confezionato, ma il tutto rimanda troppo chiaramente ad altri brani ben più riusciti e troppo famosi per essere ignorati, su tutti un certo duetto di Andrea Bocelli…

In breve Albion è un ottimo album di Metal Melodico che prosegue nella direzione indicata dal precedente Heresy and Creed aggiungendo qualcosa dal punto di vista delle atmosfere epiche e delle chitarre Heavy Metal ma tenendo il piede fermo nella melodia.

Lascia un commento

Archiviato in Recensioni, Stargazer.it, Ten

IDEOGRAM – Life Mimics Theatre (2014)

Gli Ideogram nascono alla fine del 2012 ad opera di alcuni musicisti del sottobosco metal milanese con l’intento, piuttosto ambizioso, di unire una proposta musicale sperimentale e innovativa ad una forte componente artistica e visuale. Il demo Raise the Curtain e il video di Theatre of the Absurd hanno aperto la strada per il loro primo tour italiano e la firma con l’etichetta Wormhole Death Records. Il risultato di tutto questo lavoro è il loro esordio discografico con l’album Life Mimics Theatre Ideogram. Musicalmente si definiscono avantgarde-metal, ma più realisticamente possiamo dire che il loro è un riuscitissimo mix in cui il black metal alla Cradle of Filth si unisce al gothic di gruppi Moonspell o Nightwish all’elettronica dei Rammstein o dei Death Ss del periodo Panic e, per finire, un pizzico in stile colonna sonora da film horror che puo’ richiamare i Goblin. Tutto questo è giusto per dare delle coordinate di riferimento visto che la proposta dei nostri e’ assolutamente personale. Quello che colpisce è anche l’abililtà strumentale, soprattutto il chitarrista Kabuki è davvero bravo sia in fase di riff che negli assoli. Ogni tanto fanno comparsa alcuni elementi un po’ eccentrici tipo il reggae di In A Cobalt Ocean o la fisarmonica di Rain of Stars o il recitato in italiano dell’outro ma non sono mai fuori luogo e si inseriscono bene nell’economia dei brani. Che dire, davvero un ottimo debutto, il livello compositivo è altissimo, si lascia ascoltare dall’inizio alla fine (ogni canzone ha una sua personalità) ma soprattutto pur mettendo insieme molti stili diversi il tutto suona coerente e rimane assolutamente metal. Gruppo da tenere d’occhio

Lascia un commento

Archiviato in Cradle Of Filth, Ideogram, Moonspell, Nightwish, Recensioni, Stargazer.it

OBAKE – Mutations (2014)

obakeIl primo album degli Obake aveva suscitato un notevole interesse grazie ad un sound fragoroso, sgraziato, assordante – estremo, in una parola, assemblando vari input provienti da vari generi (grind, sludge, hardcore, noise rock) senza rientrare in nessuno di essi. Il secondo album, Mutations, alza l’asticella e se da un lato presenta maggiore accessibilità con un cantato semi-orecchiabile (in Infinite Chain fa pensare all’odioso David Sylvian), dall’altro espande il raggio d’azione con una lugubre psichedelia ed una vena teatrale accentuata. Sembra di ascoltare, per certi versi, uno strano incrocio fra Nine Inch Nails e Tool passato attraverso i suoni catramosi e lo spirito beffardo dei Melvins. Le canzoni sono dinamiche, con momenti di calma apparente seguiti da esplosioni di groove sludge e salmodie infernali degne dei sacerdoti di qualche culto lovecraftiano. Da segnalare la presenza al basso di Colin Edwin, conosciuto già nei Porcupine Tree e qui parte integrante di un ingranaggio ritmico assordante e punitivo. Disco interessante e ricco di spunti, al di là dei generi. Tutti gli appassionati di suoni grezzi, di suggestioni inquietanti e atmofere fra il grottesco e l’horror dovrebbero dare una chance agli Obake.

Lascia un commento

Archiviato in Obake, Recensioni, Stargazer.it